giovedì, marzo 08, 2012



"Pagine corsare"
La poesiaIl Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini
.
È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l'essere odiati fa odiare).
Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all'altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
[...]
Pier Paolo Pasolini


lunedì, febbraio 13, 2012


Università: se per i laureati «3+2» fa 6,5



13 febbraio 2012


Il Sole 24ORE


Ma quanto fa 3 + 2 ? Il dibattito scaturito dall'affermazione colorita del viceministro Martone («Laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati») ha assunto i toni classici del confronto para-ideologico evitando accuratamente il "principio di realtà". Il problema della durata degli studi interseca direttamente quello della occupazione giovanile che è oggi un problema anche dell'Università.
L'attività di "placement" si è infatti andata ad aggiungere alle mansioni storiche dell'Università, la formazione e la ricerca, e a quella più recente del "fund raising" indispensabile per sostenerla. Se così è, allora qualche domanda in più sui temi (scomodi) delle scelte degli studenti e della durata degli studi dovremo pure cominciare a porcela.
Lasciamo da parte, per ora, la domanda più difficile: quella del "cosa studiare?". Difficile perché la risposta è nell'ambito delle scelte individuali, delle attitudini, e delle speranze (ma una società colta e organizzata qualche indirizzo dovrebbe fornirlo...) e perché, oggettivamente, viviamo un'epoca di cambiamenti esponenziali che rendono difficile sapere quale formazione specifica servirà tra cinque anni, in che lingua, e per essere esercitata dove. Un problema enorme che dovrebbe portarci a riflettere sui contenuti della formazione, e sulla "durata" delle conoscenze che impartiamo.

Scale of the universe

domenica, gennaio 29, 2012


PERCHÉ CANCELLARE IL VALORE LEGALE DELLA LAUREA

di Pietro Manzini 27.01.2012
Il valore legale del titolo di studio fa sì che ogni laurea conferita da una qualsiasi delle ottanta università italiane abbia lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici. Così gli atenei hanno scarsi incentivi a scegliere docenti preparati; i laureati bravi sono intercettati dal settore privato; le risorse delle famiglie premiano i servizi formativi scadenti. Problemi che si potrebbero superare se l'amministrazione pubblica valutasse le lauree sulla base di un ranking delle università di provenienza dei candidati. Come vorrebbe una proposta in discussione nel governo.
Nel governo Monti si sta discutendo una riforma dell’università che potrebbe avere effetti assai più rilevanti di tutte quelle succedutesi negli ultimi venti anni. Quattro sarebbero le questioni in discussione:
- eliminazione del vincolo del tipo di studio per l’accesso ai concorsi pubblici
- eliminazione del valore del voto di laurea nei concorsi pubblici
- valutazione differenziata della laurea a seconda della qualità della facoltà/università di provenienza
- eliminazione o riduzione del peso della laurea nei concorsi pubblici

LE PROPOSTE

La prima proposta è positiva perché ammettere ai concorsi per la dirigenza pubblica lauree in storia, o arte o lettere, eccetera, accanto alle tradizionali di giurisprudenza, scienze politiche o economia consente di immettere saperi utili e diversificati che arricchirebbero il sistema pubblico. La riforma però non potrebbe coinvolgere l’accesso a professioni per le quali uno specifico sapere tecnico è imprescindibile, come ad esempio quelle di ingegnere, medico o avvocato, che richiedono lauree non fungibili con altre.
La seconda, diretta ad eliminare il valore del voto di laurea nei concorsi pubblici, non convince interamente. Per un verso, curerebbe il vizio di alcuni atenei o facoltà di valutare generosamente i propri studenti, “regalando” voti alti e lodi non corrispondenti alla effettiva preparazione. Tuttavia, l’eliminazione del valore del voto rischia di disincentivare gli studenti a migliorare la loro preparazione: se non c’è differenza tra 90/110 e 110/110 perché sforzarsi di raggiungere l’eccellenza? E cancella un dato, forse non sempre preciso, ma utile per il possibile datore di lavoro: una laurea presa con 90/110 e una con 110/110 segnalano una differenza netta di preparazione degli studenti interessati, in qualunque università.
La terza proposta, che consiste nel “pesare” in maniera diversa le lauree a seconda dell’università/facoltà di provenienza, è quella che promette i mutamenti più radicali e positivi.   

giovedì, gennaio 19, 2012



Sono completamente d'accordo con il post di Alfonso Fuggetta. Sono cose che sostengo da tempo

Parlare a banda larga

 

Più passa il tempo, più mi sembra che gli articoli, i dibattiti, le posizioni sul tema banda larga diventino una sorta di commedia e di balletto dove alla fine si recita con lo scopo di recitare. Adesso si dice che la fibra non serve più perché tanto arriva altro. Mi pare una specie di tela di Penelope o di labirinto dove periodicamente si tesse la tela e poi la si disfa e poi si devia e poi si ritorna.
In poche parole non si conclude niente.
Forse sarebbe il caso di finirla con questo giochino e “carve in stone” alcune cose semplici:
  • La banda larga serve per lo sviluppo del paese e per uscire dalla crisi, non come lusso da permetterci quando staremo bene. Già sarebbe un risultato se questa affermazione fosse fatta propria e sostenuta con convinzione “colà dove si puote”, cosa che ancora non accade o accade in modo poco convincente o puramente a scopo retorico.
  • Le reti, specialmente quelle fisse, sono in larga misura monopoli naturali. Quindi non si può pensare che il mercato si sviluppi con competizione infrastrutturale. Servono pertanto regole per l’accesso non discriminatorio ed aperto a questi monopoli.
  • Se i telco non ce la fanno, lo stato e il pubblico devono intervenire. È inutile che continuiamo a girare intorno a questo tema.
  • Se continuiamo ad aspettare la prossima tecnologia che verrà, non faremo mai niente. Ci sono tante ricerche in corso, ma se aspettiamo i risultati della prossima ricerca ci terremo le reti che abbiamo.
  • L’esplosione del mobile non può sostituire la rete fissa, sia perché la rete fissa “alimenta” e sostiene la mobile, sia perché la fascia professionale e imprenditoriale ha bisogno della fissa.
  • Non possiamo continuare a dire che il problema è una domanda debole: se non ci sono le reti e i servizi da comprare, c’è poca domanda da sostenere. Quando si va in giro per i distretti industriali ti dicono che vorrebbero la banda larga e che non c’è: che domanda dovremmo promuovere in questi casi?
  • Al di là di tutte le chiacchiere sulle “reti del futuro”, almeno portiamo in tempi rapidi, subito, una ADSL decente laddove oggi non c’è nulla. Ci sono aziende e territori che non riescono a connettersi oggi, adesso.
Possiamo fare qualcosa, oggi, subito per dare risposte a questi bisogni o continuiamo a parlare a bocca larga (o banda larga se mi permettete la battutina banale)?

domenica, dicembre 04, 2011

Questa volta sono d'accordo con Alesina e Giavazzi

TROPPE TASSE E POCHI TAGLI

Caro presidente no, così non va

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

4 dicembre 2011 | 10:55

Caro presidente, Lei conosce perfettamente l'importanza storica per il nostro Paese e per l'Europa (oseremmo dire per il mondo intero) delle decisioni che il suo governo oggi assumerà. Dobbiamo confessarle, con tutto il rispetto per il compito difficilissimo che Lei sta svolgendo, che le indiscrezioni che leggiamo sui giornali ci preoccupano e speriamo davvero che Lei e il Suo governo le smentiscano con i fatti.

Quattro erano i punti che a noi parevano essenziali. Primo, per quanto riguarda i conti, ridurre le spese, più che aumentare le tasse. Secondo, preoccuparsi non tanto del saldo della manovra, ma della sua qualità, soprattutto guardando agli effetti sulla crescita. Terzo, dal punto di vista del metodo e del significato politico (anche questo importante) abbandonare la concertazione, perché comunque a quel tavolo non hanno accesso i giovani e chiunque non ha rappresentanza. Infine attaccare senza esitazioni i costi della politica e chiudere i mille canali che consentono di evadere le tasse. Insomma, dare un segnale netto.

Leggiamo invece che dopo i passi iniziali, che sembravano assai incoraggianti, la manovra si sta delineando secondo le solite modalità: aumenti di imposte, pochissimi tagli, incontri con le cosiddette parti sociali (cioè concertazione), nessuna riduzione dei costi della politica.

Punto primo. Tutti gli studi (sia accademici che del Fondo monetario internazionale che della Commissione europea) concordano sul fatto che gli aggiustamenti fiscali fatti aumentando le aliquote hanno creato recessioni più forti di quelli che hanno operato riducendo le spese. Non solo: la spirale di aumenti di aliquote, recessione, riduzione di gettito, tende a creare un circolo vizioso in cui l'economia si avvita in una recessione sempre più grave. Quella di cui leggiamo è una manovra fatta per tre quarti di maggiori tasse e solo per un quarto di minori spese.

Il peso delle imposte in Italia è sopra la media europea (già elevata). Se poi vogliamo considerare l'equità, gli aumenti delle aliquote Irpef colpirebbero anche le classi medie e si sommerebbero alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Non sono solo i super ricchi quelli colpiti dagli aumenti dell'Irpef che, a quanto leggiamo, Lei proporrebbe. 75mila euro lordi l'anno (la soglia oltre la quale inizierebbe l'aumento dell'aliquota) corrispondono a poco più di 3.800 euro netti al mese. Per ridurre il deficit, invece di alzare le aliquote, perché non tagliare un po' di sussidi alle imprese? La Tabella A1 della Relazione trimestrale di cassa al 30.6.2010 riporta 15,5 miliardi di trasferimenti a imprese pubbliche e private, cioè oltre 30 miliardi di euro l'anno. Sono tutti davvero necessari? Quanti premiano imprenditori più abili a muoversi nei corridoi dei ministeri che ad innovare?

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mercoledì, novembre 23, 2011

LA VOCE

IL FALSO MITO DEL NUMERO FISSO DI POSTI DI LAVORO

22.11.2011
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Il grafico mostra sull’asse orizzontale la percentuale di uomini tra 55 e 64 anni che lavorano e, sull’asse verticale, la percentuale di uomini fra i 20 e i 29 anni disoccupati.
Molti credono che ci sia un numero fisso di posti di lavoro e che, dunque, forzando i lavoratori più anziani ad andare in pensione, si creino opportunità di lavoro per i giovani. Questa tesi ha fornito il sostegno a chi si è opposto all’innalzamento dell’età di pensionamento in linea con l’allungamento della speranza di vita. Il grafico ci dice invece che nei paesi in cui il tasso di disoccupazione dei giovani (20-29 anni) è più basso, ci sono anche più persone tra i 55 e i 64 anni che lavorano. Viceversa nei paesi in cui meno lavoratori anziani hanno un impiego ci sono anche più disoccupati giovani.
Grafico a cura di Isabella Rota Baldini

martedì, novembre 15, 2011


Finally, a Proper Study to Scientifically Show Telecommuting is More Productive

There've been studies into the benefits of telecommuting before, but they were usually lacking in certain areas, which resulted in the findings being less than scientific (and thus not super trustworthy). This time a Stanford University study used a Chinese travel agency with over 12,000 employees as its base, and concluded that working remotely actually does noticeably increase performance.
508 out of 996 employees registered for the study, and were then further divided into two groups: One that worked from home after being confirmed to have an adequate remote working environment, and one that had to continue commuting to work. Tracking then began on both groups, and after just a few weeks, the home group took more calls, logged more hours and were overall just more productive than the other group. They were even happier and quit less often.
After seeing these results, the travel agency expanded the policy to get more people to work from home. However, some employees opted out because they, as Slate pointed out, valued the time they spent socializing with workers. (I can relate with both groups, after also working from home for years and years.)
To me, the study's results might be skewed a little high toward the benefits of working remotely, seeing as those people who registered for this study were self-selected, meaning that they probably had a natural preference for working from home. But then again, I'm not sure this actually matters. It's unlikely that people who don't like working from home would be forced to do so, and if you do like it, you'll do better anyway (as this study shows). So the takeaway from this experiment—for use in convincing your employers to let you work from home—is that it's scientifically proven that certain people are more productive working outside of an office.