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domenica, dicembre 04, 2011

Questa volta sono d'accordo con Alesina e Giavazzi

TROPPE TASSE E POCHI TAGLI

Caro presidente no, così non va

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

4 dicembre 2011 | 10:55

Caro presidente, Lei conosce perfettamente l'importanza storica per il nostro Paese e per l'Europa (oseremmo dire per il mondo intero) delle decisioni che il suo governo oggi assumerà. Dobbiamo confessarle, con tutto il rispetto per il compito difficilissimo che Lei sta svolgendo, che le indiscrezioni che leggiamo sui giornali ci preoccupano e speriamo davvero che Lei e il Suo governo le smentiscano con i fatti.

Quattro erano i punti che a noi parevano essenziali. Primo, per quanto riguarda i conti, ridurre le spese, più che aumentare le tasse. Secondo, preoccuparsi non tanto del saldo della manovra, ma della sua qualità, soprattutto guardando agli effetti sulla crescita. Terzo, dal punto di vista del metodo e del significato politico (anche questo importante) abbandonare la concertazione, perché comunque a quel tavolo non hanno accesso i giovani e chiunque non ha rappresentanza. Infine attaccare senza esitazioni i costi della politica e chiudere i mille canali che consentono di evadere le tasse. Insomma, dare un segnale netto.

Leggiamo invece che dopo i passi iniziali, che sembravano assai incoraggianti, la manovra si sta delineando secondo le solite modalità: aumenti di imposte, pochissimi tagli, incontri con le cosiddette parti sociali (cioè concertazione), nessuna riduzione dei costi della politica.

Punto primo. Tutti gli studi (sia accademici che del Fondo monetario internazionale che della Commissione europea) concordano sul fatto che gli aggiustamenti fiscali fatti aumentando le aliquote hanno creato recessioni più forti di quelli che hanno operato riducendo le spese. Non solo: la spirale di aumenti di aliquote, recessione, riduzione di gettito, tende a creare un circolo vizioso in cui l'economia si avvita in una recessione sempre più grave. Quella di cui leggiamo è una manovra fatta per tre quarti di maggiori tasse e solo per un quarto di minori spese.

Il peso delle imposte in Italia è sopra la media europea (già elevata). Se poi vogliamo considerare l'equità, gli aumenti delle aliquote Irpef colpirebbero anche le classi medie e si sommerebbero alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Non sono solo i super ricchi quelli colpiti dagli aumenti dell'Irpef che, a quanto leggiamo, Lei proporrebbe. 75mila euro lordi l'anno (la soglia oltre la quale inizierebbe l'aumento dell'aliquota) corrispondono a poco più di 3.800 euro netti al mese. Per ridurre il deficit, invece di alzare le aliquote, perché non tagliare un po' di sussidi alle imprese? La Tabella A1 della Relazione trimestrale di cassa al 30.6.2010 riporta 15,5 miliardi di trasferimenti a imprese pubbliche e private, cioè oltre 30 miliardi di euro l'anno. Sono tutti davvero necessari? Quanti premiano imprenditori più abili a muoversi nei corridoi dei ministeri che ad innovare?

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mercoledì, novembre 23, 2011

LA VOCE

IL FALSO MITO DEL NUMERO FISSO DI POSTI DI LAVORO

22.11.2011
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Il grafico mostra sull’asse orizzontale la percentuale di uomini tra 55 e 64 anni che lavorano e, sull’asse verticale, la percentuale di uomini fra i 20 e i 29 anni disoccupati.
Molti credono che ci sia un numero fisso di posti di lavoro e che, dunque, forzando i lavoratori più anziani ad andare in pensione, si creino opportunità di lavoro per i giovani. Questa tesi ha fornito il sostegno a chi si è opposto all’innalzamento dell’età di pensionamento in linea con l’allungamento della speranza di vita. Il grafico ci dice invece che nei paesi in cui il tasso di disoccupazione dei giovani (20-29 anni) è più basso, ci sono anche più persone tra i 55 e i 64 anni che lavorano. Viceversa nei paesi in cui meno lavoratori anziani hanno un impiego ci sono anche più disoccupati giovani.
Grafico a cura di Isabella Rota Baldini

mercoledì, novembre 02, 2011


Un grafico interattivo: è molto interessante per capire meglio la crisi europea


It’s All Connected: An Overview of the Euro Crisis

DATA POINTS | BILL MARSH
European leaders are meeting this week to deal with growing debt problems rattling investors worldwide. Here is a visual guide to the crisis.

sabato, ottobre 08, 2011


The second economy


OCTOBER 2011 • W. Brian Arthur

Digitization is creating a second economy that’s vast, automatic, and invisible—thereby bringing the biggest change since the Industrial Revolution.


In 1850, a decade before the Civil War, the United States’ economy was small—it wasn’t much bigger than Italy’s. Forty years later, it was the largest economy in the world. What happened in-between was the railroads. They linked the east of the country to the west, and the interior to both. They gave access to the east’s industrial goods; they made possible economies of scale; they stimulated steel and manufacturing—and the economy was never the same.
Deep changes like this are not unusual. Every so often—every 60 years or so—a body of technology comes along and over several decades, quietly, almost unnoticeably, transforms the economy: it brings new social classes to the fore and creates a different world for business. Can such a transformation—deep and slow and silent—be happening today?
We could look for one in the genetic technologies, or in nanotech, but their time hasn’t fully come. But I want to argue that something deep is going on with information technology, something that goes well beyond the use of computers, social media, and commerce on the Internet. Business processes that once took place among human beings are now being executed electronically. They are taking place in an unseen domain that is strictly digital. On the surface, this shift doesn’t seem particularly consequential—it’s almost something we take for granted. But I believe it is causing a revolution no less important and dramatic than that of the railroads. It is quietly creating a second economy, a digital one.
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martedì, ottobre 26, 2010

Corruzione, l'Italia sempre peggio
Per Transparency International è al 67mo posto


Bel Paese, nella classifica dei Paesi onesti, scivola di quattro posizioni rispetto al 2009 e finisce dietro a Ruanda e Samoa. Gli Stati Uniti escono dalla top venti, conquistando solo il 22mo gradino


Brutte notizie per il Bel Paese in tema corruzione. Secondo la classifica stilata dall'ong Transparency International, elaborata analizzando 178 Paesi e presentata stamane, l'Italia scivola al 67esimo posto nell'indice sulla corruzione. Il nostro Paese è arretrato di quattro posizioni rispetto al 2009 e di ben 12 sul 2008.

CHICAGO BLOG - Fiat: perché penso Fini abbia torto di Oscar Giannino


Su questo blog parliamo spesso della nuova Fiat e di ciò che Sergio Marchionne ha chiesto con energia di mettere al centro dell’agenda per nuove relazioni industriali, basate su uno scambio tra più produttività e più salario reale ai lavoratori. Dunque sapete come la pensiamo. Ma la battura pronuncita oggi dal presidente della Camera Gianfranco Fini mi ha molto colpito. Non intendo in alcun modo fara un processo alle intenzioni, parlare di messaggio elettoralistico e di calcolo preventivo su come la pensi la maggioranza degli italiani. Non ho molto dubbi sul fatto che l’onorevole Fini abbia toccato un tasto molto popolare, ricordando che la Fiat esiste grazie al contribuente italiano e che Marchionne sembra parlare più da manager canadese che italiano. Eppure, trovo che nel merito le parole di Fini siano profondamente sbagliate, per almeno tre ragioni. Provo a spiegarle.

La prima riguarda il passato. Per un secolo, dalle disinvolte manovre finanziarie del senatore fondatore – che per poco non lo portarono ad essere arrestato, su ordine del procuratore del re di fronte a denunzia dei soci fondatori come Biscaretti di Ruffia – alla prima guerra mondiale, dal fascismo al protezionismo del mercato domestico dell’auto, dal caso Alfa Romeo sfilata alla Ford per quattro lire fino ai lunghi anni pre crisi di incentivo pubblico all’acquisto di auto (di cui Fiat godeva scemando la propria quota nazionale, e sempre più si avvantaggiavano le case estere per i propri propdotti più competitivi) non c’è dubbio alcuno che le cose stiano come ha detto Fini. Di quel passato, è la politica a portare la responsabilità, da Giolitti a Mussolini, dalla prima Repubblica alla seconda. L’azienda ne ha beneficiato eccome, ma è la politica ad aver sempre creduto che così facendo la Fiat poteva essere indotta innanzitutto alla funzione di grande occupatrice di massa di manodopera, e a condizionarne l’allocazione degli impianti a fini anche di consenso, e non solo di sviluppo, com’è puntualmente avvenuto a conminciare da Termini Imerese (la cui scelta avvenne nel 1970…). La politica ha continuato a ragionare così anche quando la globalizzazione abbatteva le barriere dei mercati nazionali e la competizione diventava mondiale. Ogni volta che la Fiat si trovava a un passo dal fallimento e sempre senza riuscite strategie di partnership e di consolidamento mondiale, la politica ha creduto di poter rinviare un appuntamento con la storia che era invece inesorabile. Se anche il sindacato ha condiviso – come ha condiviso – lo stesso errore, le sue colpe sono meno gravi, perché era ovvio che difendesse la base occupazionale italiana. Di fatto, la politica italiana non ha mai capito che per difendere nella globalizzazione una manifattura dell’auto insediata nel nostro Paese, era preferibile adottare misure favorevoli all’insediamento competitivo nel nostro Paese anche di gruppi concorrenti. Esattamente come due decenni fa fece l’America, che aprì a Toyota e Honda che iniziarono a rpdourre a costi e retribuzioni fino a più di un terzo più bassi di GM, Ford e Chysler. O come il Regno Unito, che non ha più produttori britannici ma produce più auto che da noi in Italia. Quel passato è fi- ni- to. Finito non perché la politica italiana abbia capito. O perché nel frattempo – com’è avvenuto – Marchionne è riuscito a trasformare l’ennesima grande crisi in una grande occasione di ingresso nel mercato americano con la Chrysler affuidatagli da Obama proprio perché è “canadese” – o svizzero, se volete - assai più che italiano. E’ finito solo perché con Tremonti la linea della lesina alla fine ha detto no alla protrazione degli incentivi. Per quel che mi riguarda, meglio tardi che mai. Perché per tutti gli anni in cui alla Fiat si dava la stampella di Stato io ho sparato e stracriticato, e la cosa mi ha esposto a tutte le critiche del giornalismo accodato a Torino e alla politica. Ma allora mi aspetto che un politico avveduto dica che per fortuna quella lunga fase è fi-ni-ta. E aggiunga però che la lezione da trarne è che la politica ha sbagliato. Non che dica, come ha fatto Fini, che l’impropria influenza della politica sulla Fiat a questo punto deve continuare, in nome dei tanti favori fatti in passato.

La seconda ragione riguarda il presente. Marchionne ha semplicemente ricordato che nella nuova Fiat non può contuinuare a funzionare come in passato: quando cioè tutti gli stabilimenti italiani dell’auto complessivamente nel contro aggregato perdevano, e gli utili venivano invece dal Brasile e dalla Polonia. E’ stata questa, la realtà dei recenti anni: i posti di lavoro italiani di Fiat Auto erano sussidiati dai risultati realizzati dai lavoratori polacchi e brasiliani. Chi replica che Marchionne mente perché dovrebbe invece opensare a trattare col sindacato i nuovi modelli che non ha e magari anche allestimenti e fornitori, scientemente aggira il problema di fondo. Nel nostro Paese, qualunque grande gruppo manifatturiero esposto alla concorrenza ha dovuto delocalizzare quote crescenti della propria produzione. Perché alla bassa produttività effetto delle esternalità negatrive dovute ai sovraccosti energetici, delle infrastrutture e della logistica, si sommano relazioni industruiali basate su princìpi e regole vecchie, da mercato compartimentato autarchico e non globalizzato. Il nuovo presente che Marchionne addita ha una legge, “senza utili si chiude”. Non è una minaccia autoritaria: è una banale realtà. Da una politica avveduta – massime se poi prende voti di centrodestra - mi aspetto che questo nuovo presente vienga condiviso e spiegato agli elettori come la base di scelte nuove. Lo ha capito una parte maggioritaria del sindacato, con l’accordo interconfederale del 2009 e le nuove deroghe al contratto dei meccanici, lo ha capito perché sa che lo scambio porta oltre alla difesa del lavoro più salario reale ai lavoratori, non salario invariato come in Germania o minor salario come negli USA. Ma l’onorevole Fini, evidentemente, con le parole di oggi mostra di non averlo capito. Oppure comunque strizza l’occhio a chi dice che le cose non stanno così. Oppure ancora a chi chiede la cogestione e il sindacato nel cda. Ma strizzare l’occhio e dirlo esplicitamente è la stessa cosa, per quanto mi riguarda, quando mla scelta deve essere netta e o si sta di qua, o di là.

La terza ragione riguarda il futuro. Nel futuro, non sta scritto a lettere d’opro che l’Italia riesca a difendere la sua manifattura nell’auto, se non si adegua al mondo di ieri e di oggi in un solo colpo. Questa è la giustezza – secondo me – della posizione di Marchionne. Che non può con una bacchetrta magica recuperare il gap di investimenti e tecnologie che la magrezza delle tasche del socio di controllo non ha consentito a Fiat negli anni in cui tedeschi e giappionesi e francesi invece avevano risorse e le hanno usate scalando le classifiche mondiali. Eppure, ha ragione lo stesso, perché comunque l’operazione americana è avviata, ma se non vogliamo che Fiat diventi solo socio di controllo – speriamo ce la faccia- di Chrysler e resti in Polonia e Brasile, allora dobbiamo cambiare marcia e relazioni industriali in Italia. Io penso che l’Italia possa farcela, a difendere l’auto e ad avere magari anche stabilimenti di competitor. Ma ci vogliono politici che capiscano che cosa l’Italia deve fare per riappropriarsi di un futuro che oggi le è negato, dalle sue regole e costi. Non politici nostalgici di un passato sbagliato.