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venerdì, dicembre 07, 2012

Invece di preoccuparsi della scuola pubblica che sta morendo il ministro Profumo pensa al finanziamento della scuola privata

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/12/07/maria-mantello-profumo-ministro-della-scuola-privata/



MARIA MANTELLO – Profumo, ministro della scuola privata?

mmantelloMa lo avete visto il Ministro dell’istruzione a Che tempo che fa? Ricordava l’eterno fuori posto del celebre personaggio di Carosello che ripeteva sempre: «Mi no so, mi so foresto. Par mì tuto va ben, tuto fa brodo». Tranne in un punto, difendere i finanziamenti alle private.
Lui che – preoccupato dalla montante mobilitazione della scuola statale contro il famigerato ddl Aprea (smantellerà la scuola statale appaltandola a lobby ideologico-mercatiste) e l’aumento del 33% di’orario di cattedra – il 22 novembre aveva scritto sul portale del MIUR una lettera a insegnanti e studenti per spiegare che l’Aprea non era affar suo: «tale proposta è stata formulata e discussa in piena autonomia dal Parlamento, con la partecipazione di tutte le forze politiche. Dunque non c’è alcuna diretta responsabilità del Governo». E «sulla vicenda dell’orario dei docenti» infilata a sorpresa nella legge di stabilità, aveva scritto nella stessa missiva che il governo aveva «sondato e tastato il polso», e vista la reazione negativa si era preoccupato finanche di fare un salto in Parlamento per «dare parere favorevole… all’emendamento soppressivo della proposta di innalzamento dell’orario settimanale dei docenti».
Adesso nel salotto di Fazio, che lo aveva invitato lunedì 3 dicembre a porre un qualche rimedio alle indecenti parole di Monti (la settimana prima aveva detto che i professori sono “corporativi, conservatori, sobillatori …” ), continuava a recitare il ruolo del fuori-luogo: il governo taglia, ma che può farci lui. Anzi a lui gli insegnanti stanno pure simpatici: «sono persone di grande valore, che fanno il loro lavoro con grande passione… il primo elemento è il rispetto della figura del docente… forma nuove generazioni… bisogna ricreare la stima nella figura del docente (blablabla….).
«Gli insegnati sono trattati male» gli suggerisce Fazio, e Profumo ripete «sono trattati male da troppi anni e questo probabilmente è il problema vero… »
È talmente vero il problema che subito si smarca: «Io credo che ci voglia un programma pluriennale che analizzi tutti i problemi della scuola e provi a risolverli con cadenze volute…(bla abla bla..).
L’altro ospite della serata è il professor Salvatore Settis, che pone con forza il ruolo fondamentale della scuola statale e dei suoi insegnanti: «Occorre restituire agli insegnanti il senso immediato dell’altissima dignità del lavoro che fanno. Sono persone che lavorano moltissimo… E bisogna ricordarsi di questo …Dignità che si esprime non solo nello stipendio, ma nel riconoscimento sociale». La scuola, dice, è un «organo costituzionale come affermava Calamandrei». E denuncia le politiche di disinvestimento: «L’Italia spende poco per la scuola, l’università e la ricerca. .. i paesi nel tempo della crisi aumentano gli investimenti… » cita la Francia, la Germania, gli Stati Uniti. Ma sul ministro del governo del ce-lo-chiede-l’Europa la sollecitazione scivola via. Non raccoglie e riattacca con i «programmi… da fare nel tempo… con scadenze… (blablabla….). Certo, ammette «la scuola è stanca e qualche piccolo segnale in negativo è amplificato…». Che la scuola sia stanca è fin troppo evidente, ma che gli interventi su di essa siano un “piccolo segnale in negativo” è inaccettabile riduzionismo.
Ma Settis incalza: «Esiste un orizzonte di diritti» e Costituzione alla mano gli ricorda come si chiamano: «diritto allo studio, alla salute, al lavoro…».
E aggiunge: «Oggi vogliamo rispettare la Costituzione. E vogliamo che la rispettino soprattutto coloro che giurano su di essa»; «Esiste il diritto alla scuola pubblica, art.33 che dice che le scuole private devono essere senza oneri per lo Stato, articolo quotidianamente violato anche da chi ha giurato fedeltà alla Costituzione».
Parte un calorosissimo applauso del pubblico, un fuori programma evidentemente, perché Fazio cerca di bloccarlo con un « non perdiamo tempo!».
Il ministro incamera ma tace, e Settis continua, «il diritto al lavoro, l’art. 4 è il più tradito… cosa diciamo ai giovani?». Si deve dare anche le risposte: «ma noi dobbiamo spendere per la Tav, per autostrade inutili, per danneggiare il paesaggio». Riprova a domandare «E per la scuola no?»
Profumo cerca di placarlo dandogli ragione, ma poi peggio di un’anguilla: «dobbiamo recuperare risorse.. riavviare il processo, attuare un programma pluriennale… (blablabla….). I partiti dicano il loro programma per scuola università, ricerca…». Insomma io son di passaggio, che volete da me…
Fazio però lo costringe a rispondere almeno sulla questione dei finanziamenti alle private. Non mancando di dichiarare la sua scelta di campo: «i miei figli vanno in una scuola privata!», ma per par condicio aggiunge: «ma me la pago e non chiedo niente a nessuno!».
Il ministro che non si era smosso alla sollecitazione di prima del prof. Settis: «Esiste il diritto alla scuola pubblica, art.33 che dice che le scuole private devono essere senza oneri per lo Stato, articolo quotidianamente violato anche da chi ha giurato fedeltà alla Costituzione», adesso non può eludere la risposta. È il conduttore a chiedergli di pronunciarsi su quel tradimento dell’art. 33 della Costituzione. Un tradimento che il governo della spending review ha incrementato con un’aggiunta di 223 milioni, portando così la cifra totale a ben 551 milioni.
E messo alle strette, ha quasi un leggero guizzo di soddisfazione nell’esibirsi nel tentativo abusato già dai suoi predecessori di mescolare le carte per far apparire private anche le comunali: «nella scuola paritaria – afferma – ci sono le scuole religiose, le comunali, scuole diverse… con sincerità se noi non avessimo le scuole comunali che coprono probabilmente l’80% della scuola dell’infanzia come potremmo fare?». Peccato che si dimentichi di specificare che le comunali, sono strutture territoriali dello stato italiano! Peccato che non specifichi che esse sono comunque il 18,5% del totale. Quindi la parte del leone (81,5%) è delle private che – è bene tenerlo presente – sono in stragrande maggioranza cattoliche. Allora ci si dovrebbe anche chiedere chi è avvantaggiato ideologicamente ed economicamente dal fatto che lo Stato non istituisca scuole d’infanzia, contrariamente a quanto stabilisce l’art. 33 della Costituzione che gli impone di farlo.

(7 dicembre 2012)

giovedì, settembre 01, 2011

E' un'amara realtà


BUSSOLE


Non studiate!

CARI RAGAZZI, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria. Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca. E, poi, che cosa hanno da insegnare ancora? Oggi la “cultura” passa tutta attraverso Internet e i New media. A proposito dei quali, voi, ragazzi, ne sapete molto più di loro. Perché voi siete, in larga parte e in larga misura, “nativi digitali”, mentre loro (noi), gli insegnanti, i professori, di “digitali”, spesso, hanno solo le impronte. E poi quanti di voi e dei vostri genitori ne accettano i giudizi? Quanti di voi e dei vostri genitori, quando si tratta di giudizi – e di voti – negativi, non li considerano pre-giudizi, viziati da malanimo?Per cui, cari ragazzi, non studiate! Non andate a scuola. In quella pubblica almeno. Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.Non studiate, ragazzi. Non andate a scuola. Tanto meno in quella pubblica. Anni buttati. Non vi serviranno neppure a maturare anzianità di servizio, in vista della pensione. Che, d’altronde, non riuscirete mai ad avere. Perché la vostra generazione è destinata a un presente lavorativo incerto e a un futuro certamente senza pensione. Gli anni passati a studiare all’università. Scordateveli. Non riuscirete a utilizzarli per la vostra anzianità. Il governo li considera, comunque, “inutili”. Tanto più come incentivo. A studiare. Per cui, cari ragazzi, non studiate. Se necessario, fingete, visto che, comunque, è meglio studiare che andare a lavorare, quando il lavoro non c’è. E se c’è, è intermittente, temporaneo. Precario. Ma, se potete, guardate i maestri e i professori con indulgenza. Sono una categoria residua (e “protetta”). Una specie in via d’estinzione, mal sopportata. Sopravvissuta a un’era ormai passata. Quando la scuola e la cultura servivano. Erano fattori di prestigio. Oggi non è più così. I Professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!

(01 settembre 2011)


domenica, marzo 13, 2011

“L’ECLISSE DEI PROFESSORI-MAESTRI UMILIATI DA UNA SCUOLA CHE NON LI AMA”

di Tullio Gregory

Nel dibattito che periodicamente e stancamente si apre sulla scuola, sempre in occasione di eventi che la coinvolgono solo in modo occasionale (come le stupefacenti esternazioni del presidente del Consiglio sulla scuola pubblica), vi è un grande assente: la figura del maestro, del professore (non amo il temine docente, generico e di matrice politico-sindacale). Relegato da tempo ai margini dei discorsi sulla scuola e delle sempre meno felici «riforme» , umiliato dal trattamento economico tra i più bassi in Europa e in Italia, anche comparativamente ad altre categorie del pubblico impiego (basti un confronto con le retribuzioni di gran lunga superiori dei commessi del Parlamento o degli impiegati delle varie Autorità), è diventato un «prestatore di servizi» di fronte alla «utenza» (alunni e famiglie) che, organizzata in «consigli di classe» , rivendica il «diritto al successo scolastico» e ad attività alternative (pomposamente chiamate «offerta formativa» ) e vede quasi sempre nel professore il colpevole dell’insuccesso di alunni svogliati. Parliamo di scuola pubblica, perché la privata risponde ad altre logiche ed è per sua natura protettiva. L’eclisse dei maestri, dei professori coincide con il tramonto dell’idea di scuola come luogo di formazione, quindi di studio severo e di salutare selezione. Luogo di apprendimento di saperi, dove l’insegnante comunica ai giovani una cultura che è fatta di testi, di letture, di date e dati, di esercizi di memoria, presupposti di ogni capacità argomentativa e scrittoria. Quindi luogo di lavoro, di interrogazioni, di esami, e insieme di promozione sociale e di educazione civile. Invece si è scambiata la scuola democratica con la scuola facile, la scuola aperta a tutti con quella che promuove tutti. Della progressiva erosione della scuola pubblica — non solo nell’opinione comune ma persino nelle sue strutture didattiche ed edilizie — gli insegnanti sono stati le prime vittime: parliamo qui delle elementari, delle secondarie di primo e secondo grado, non dell’università— sulla quale si dovrà fare altro ragionamento — soprattutto perché è nel corso scolastico sino alla maturità che avviene la vera formazione del giovane, quando l’insegnante esercita un’influenza di grande incisività e diviene spesso maestro di vita. Giunto all’università, lo studente può essere avviato alla ricerca scientifica o all’esercizio di professioni, ma la sua formazione di base è ormai compiuta. — tanto i mezzi di comunicazione, quanto le famiglie, hanno fortemente contribuito all’indebolimento della figura dell’insegnante: la stampa, la radio, la televisione sono più attente a manifestazioni di piazza, magari agli esiti degli esami di maturità che all’efficienza delle strutture didattiche, alla validità dei programmi di insegnamento. Le famiglie, con i loro rappresentanti, sono prevalentemente impegnate a «difendere» i propri figli, considerando la scuola una zona di parcheggio che non deve creare problemi: quindi non importa che l’insegnante sia preparato, l’importante è che non sia severo, non dia troppi compiti a casa, soprattutto non per il lunedì perché il fine settimana deve essere dedicato non allo studio, ma ad affannate corse in campagna o al mare; non deve dare compiti per le vacanze perché i ragazzi si debbono riposare. Soprattutto l’insegnante non deve dare valutazioni negative, perché il ragazzo è sempre bravo e studioso, magari psicologicamente fragile (come son pronti a certificare). Peraltro, ove fosse bocciato, si è ormai aperta e praticata la via del ricorso al Tar che spesso interviene con sospensive che fanno oscillare per mesi il ragazzo da una classe superiore ad una inferiore. La pedagogia «progressista» — tanto cattolica quanto laica — ha distrutto il rapporto tra insegnante e studente fondato sulla competenza del primo e il bisogno di formazione del secondo; ha considerato ogni forma di valutazione una prevaricazione, ha difeso il diritto dell’alunno all’ignoranza: questo il risultato della lotta al nozionismo, come se il sapere non fosse fatto di nozioni che costituiscono la cultura, e della critica radicale di ogni insegnamento normativo non solo per la scrittura in lingua italiana ma anche per il corretto comportamento rispetto alla scuola e all’insegnante. Si aggiungano i tagli del bilancio ministeriale che hanno contribuito potentemente all’indebolimento della scuola pubblica, con una drastica riduzione degli organici (87.400 posti in meno dal 2009; 19.700 nel solo anno 2011-2012): si costituiscono classi sovraffollate, gli insegnanti sono obbligati a correre da una scuola all’altra mentre diminuiscono drasticamente le ore di insegnamento; si aboliscono insegnanti di sostegno, si ignorano i nuovi problemi posti dalla forte presenza di immigrati. Diminuiscono anche i dirigenti scolastici dai quali spesso dipende la tenuta e il livello della scuola: molti ormai i facenti funzioni impegnati in più Istituti, vittime di inutili incombenze burocratiche e di estenuanti riunioni assembleari. Frattanto da anni non si bandiscono concorsi che costituiscono l’unico vero filtro selettivo per accedere all’insegnamento e si fa aumentare a dismisura il numero dei precari. L’insegnante è abbandonato a se stesso; dimenticata la sua fondamentale importanza nella formazione dei giovani, emarginato da ogni serio dibattito sulla scuola, non meraviglia se aumentano le richieste di pensionamento anticipato: la fuga non è solo dei cervelli fuori dall’Italia, ma dalle nostre scuole per ritrovare forse qualche serenità in una normale vita di studio e di affetti.