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venerdì, agosto 10, 2012


Mio articolo su 

Il Fatto Quotidiano 

8 agosto 2012

di Gianni Orlandi*
Sono convinto che una seria
politica di spending review
che punti a ridurre
spese improduttive e sprechi
sia utile e necessaria per recuperare
risorse e dare ai cittadini
un segnale di responsabilità
del sistema. Non condivido,
però, la ra t i o del provvedimento
sull’aumento delle tasse
per i fuori corso delle nostre
università, che ritengo inutile e
iniquo. Inutile, perché spingerebbe
molti fuori corso a non
iscriversi più e, pertanto, non si
conseguirebbe alcuna delle risorse
aggiuntive che ci si aspetta,
tant’è che si è data la facoltà
agli atenei di aumentare le tasse
per tutti. Gli studenti fuori corso
non frequentano le lezioni e
i laboratori, quindi, costano
nulla o quasi all’ateneo; di contro
con le loro tasse di iscrizione
finanziano il sistema universitario
a favore degli altri studenti.
Paradossalmente, possono
essere considerati – come
affermava anni fa un vecchio
Rettore della Sapienza – “soste -
nitori” del sistema e, se non ci
fossero, si determinerebbe una
riduzione significativa di risorse
per le università. Iniquo, perché
colpisce studenti più o meno
giovani che, spesso, non sono
“fa n nu l l o n i ”, ma hanno incontrato
durante il periodo degli
studi difficoltà di vario genere,
quali, non da ultimo, la necessità
di mantenersi con un lavoro,
in genere precario.
UN’OBIEZIONE dei favorevoli
al provvedimento è che gli
studenti lavoratori non saranno
penalizzati, ma non è realistica.
Come certificare, infatti, lo stato
di lavoratore? Nel paese in cui
trionfa l’evasione fiscale, fin
troppo di frequente il lavoro è in
nero, colpendo proprio i giovani.
Del pari, l’aumento della tassazione
in funzione del reddito
familiare, rischia ancora una
volta di penalizzare chi le tasse
le paga, premiando gli evasori
nel campo dell’accesso all’istr uzione
che dovrebbe costituire
un diritto protetto da ben altre
tutele. Ma al di là di tutto ciò, si
impongono altre considerazioni
che si misurano con lo stato
attuale del paese. Nell’era drammatica
della disoccupazione
giovanile crescente, il permanere
iscritti all’università, anche
oltre gli anni di corso, rappresenta
inevitabilmente una sorta
di ammortizzatore psicologico
per tanti giovani, loro sì “sfiga -
ti”, ai quali il mercato del lavoro
non ha niente da offrire. Ed è un
modo per molti di mantenere
un cordone ombelicale, anche
se tenue, con il sogno di raggiungere
un domani l’a gognata
laurea. Né è politica intelligente
scoraggiare queste aspettative,
se si considera che in Italia il numero
dei laureati, nonostante la
riforma del 3 più 2, rimane
drammaticamente basso.
PIÙ IN GENERALE, il provvedimento,
pur se riferito a un
aspetto specifico, tradisce una
visione limitata e limitante che
non colloca la crescita della conoscenza,
concepita sia come
conoscenza degli individui che
della società nel suo complesso,
nel rango di massima priorità
per un serio sviluppo economico
e sociale e per una seria politica
di competitività nel mondo
globale. Secondo quest’ulti -
mo approccio ogni aspirazione
ad accrescere il bagaglio di conoscenze
e di competenze, sia
da parte di giovani, che di individui
più maturi e persino anziani,
va protetto e forse, anche assistito.
Si alimenta così il paese
dei talenti e della creatività.
Guai a considerare queste caratteristiche
tratto genetico degli
italiani, dato per scontato, come
molti commentatori improvvidamente
ripetono. Insomma
è opportuno e urgente
cambiare la legge. Ci sono altri
modi per ridurre gli sprechi nell’università.
Si abbia il coraggio,
per esempio, di chiudere le decine
di sedi periferiche, spesso
inutili e ridondanti, volute dai
notabili locali solo per fini elettorali.
Si risparmierebbero i costi
di gestione, a partire da quelli
per gli affitti delle sedi, e si guadagnerebbe
in qualità. Il risparmio
di risorse potrebbe essere
destinato a sostenere un vero diritto
a studiare per molti giovani
meritevoli. Ma, questo, forse,
non si farà mai per non disturbare
gli interessi di piccole o
grandi caste locali. È più semplice
colpire la massa anonima dei
fuori corso che non interessa a
nessuno. Sinceramente, mi sarei
aspettato di meglio da un governo
di “professor i” che hanno,
o avrebbero dovuto avere,
una ben maggiore sensibilità
per i temi della formazione e
della conoscenza, o almeno una
maggiore consapevolezza del
valore sociale della crescita culturale
degli individui.
*Direttore del Dipartimento di
Ingegneria dell'Informazione,
Elettronica e Telecomunicazioni
all’Università di Roma “La
Sapienza”
L’aumento delle
tasse universitarie
per chi tarda a
laurearsi è ingiusto:
spesso si tratta
di ragazzi che loro
malgrado lavorano
in nero e non ha
alcun senso far
pagare gli sprechi
pubblici a chi studia

lunedì, febbraio 13, 2012


Università: se per i laureati «3+2» fa 6,5



13 febbraio 2012


Il Sole 24ORE


Ma quanto fa 3 + 2 ? Il dibattito scaturito dall'affermazione colorita del viceministro Martone («Laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati») ha assunto i toni classici del confronto para-ideologico evitando accuratamente il "principio di realtà". Il problema della durata degli studi interseca direttamente quello della occupazione giovanile che è oggi un problema anche dell'Università.
L'attività di "placement" si è infatti andata ad aggiungere alle mansioni storiche dell'Università, la formazione e la ricerca, e a quella più recente del "fund raising" indispensabile per sostenerla. Se così è, allora qualche domanda in più sui temi (scomodi) delle scelte degli studenti e della durata degli studi dovremo pure cominciare a porcela.
Lasciamo da parte, per ora, la domanda più difficile: quella del "cosa studiare?". Difficile perché la risposta è nell'ambito delle scelte individuali, delle attitudini, e delle speranze (ma una società colta e organizzata qualche indirizzo dovrebbe fornirlo...) e perché, oggettivamente, viviamo un'epoca di cambiamenti esponenziali che rendono difficile sapere quale formazione specifica servirà tra cinque anni, in che lingua, e per essere esercitata dove. Un problema enorme che dovrebbe portarci a riflettere sui contenuti della formazione, e sulla "durata" delle conoscenze che impartiamo.

domenica, gennaio 29, 2012


PERCHÉ CANCELLARE IL VALORE LEGALE DELLA LAUREA

di Pietro Manzini 27.01.2012
Il valore legale del titolo di studio fa sì che ogni laurea conferita da una qualsiasi delle ottanta università italiane abbia lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici. Così gli atenei hanno scarsi incentivi a scegliere docenti preparati; i laureati bravi sono intercettati dal settore privato; le risorse delle famiglie premiano i servizi formativi scadenti. Problemi che si potrebbero superare se l'amministrazione pubblica valutasse le lauree sulla base di un ranking delle università di provenienza dei candidati. Come vorrebbe una proposta in discussione nel governo.
Nel governo Monti si sta discutendo una riforma dell’università che potrebbe avere effetti assai più rilevanti di tutte quelle succedutesi negli ultimi venti anni. Quattro sarebbero le questioni in discussione:
- eliminazione del vincolo del tipo di studio per l’accesso ai concorsi pubblici
- eliminazione del valore del voto di laurea nei concorsi pubblici
- valutazione differenziata della laurea a seconda della qualità della facoltà/università di provenienza
- eliminazione o riduzione del peso della laurea nei concorsi pubblici

LE PROPOSTE

La prima proposta è positiva perché ammettere ai concorsi per la dirigenza pubblica lauree in storia, o arte o lettere, eccetera, accanto alle tradizionali di giurisprudenza, scienze politiche o economia consente di immettere saperi utili e diversificati che arricchirebbero il sistema pubblico. La riforma però non potrebbe coinvolgere l’accesso a professioni per le quali uno specifico sapere tecnico è imprescindibile, come ad esempio quelle di ingegnere, medico o avvocato, che richiedono lauree non fungibili con altre.
La seconda, diretta ad eliminare il valore del voto di laurea nei concorsi pubblici, non convince interamente. Per un verso, curerebbe il vizio di alcuni atenei o facoltà di valutare generosamente i propri studenti, “regalando” voti alti e lodi non corrispondenti alla effettiva preparazione. Tuttavia, l’eliminazione del valore del voto rischia di disincentivare gli studenti a migliorare la loro preparazione: se non c’è differenza tra 90/110 e 110/110 perché sforzarsi di raggiungere l’eccellenza? E cancella un dato, forse non sempre preciso, ma utile per il possibile datore di lavoro: una laurea presa con 90/110 e una con 110/110 segnalano una differenza netta di preparazione degli studenti interessati, in qualunque università.
La terza proposta, che consiste nel “pesare” in maniera diversa le lauree a seconda dell’università/facoltà di provenienza, è quella che promette i mutamenti più radicali e positivi.   

giovedì, settembre 01, 2011

E' un'amara realtà


BUSSOLE


Non studiate!

CARI RAGAZZI, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria. Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca. E, poi, che cosa hanno da insegnare ancora? Oggi la “cultura” passa tutta attraverso Internet e i New media. A proposito dei quali, voi, ragazzi, ne sapete molto più di loro. Perché voi siete, in larga parte e in larga misura, “nativi digitali”, mentre loro (noi), gli insegnanti, i professori, di “digitali”, spesso, hanno solo le impronte. E poi quanti di voi e dei vostri genitori ne accettano i giudizi? Quanti di voi e dei vostri genitori, quando si tratta di giudizi – e di voti – negativi, non li considerano pre-giudizi, viziati da malanimo?Per cui, cari ragazzi, non studiate! Non andate a scuola. In quella pubblica almeno. Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.Non studiate, ragazzi. Non andate a scuola. Tanto meno in quella pubblica. Anni buttati. Non vi serviranno neppure a maturare anzianità di servizio, in vista della pensione. Che, d’altronde, non riuscirete mai ad avere. Perché la vostra generazione è destinata a un presente lavorativo incerto e a un futuro certamente senza pensione. Gli anni passati a studiare all’università. Scordateveli. Non riuscirete a utilizzarli per la vostra anzianità. Il governo li considera, comunque, “inutili”. Tanto più come incentivo. A studiare. Per cui, cari ragazzi, non studiate. Se necessario, fingete, visto che, comunque, è meglio studiare che andare a lavorare, quando il lavoro non c’è. E se c’è, è intermittente, temporaneo. Precario. Ma, se potete, guardate i maestri e i professori con indulgenza. Sono una categoria residua (e “protetta”). Una specie in via d’estinzione, mal sopportata. Sopravvissuta a un’era ormai passata. Quando la scuola e la cultura servivano. Erano fattori di prestigio. Oggi non è più così. I Professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!

(01 settembre 2011)


sabato, gennaio 01, 2011

La riforma Gelmini su Nature

Assessment time

Italy’s proposed university reform must be

linked to performance

As Rome burned last week during anti-government riots, many

of those present were focusing on the plight of Italy’s underfunded

and underperforming universities, which face major

reform. There is no doubt that reform is needed. The question is

whether the government will deliver it correctly.

Islands of excellence exist in Italian universities, particularly in

the north of the country. And they survive despite such low levels of

government investment that little cash remains for infrastructure or

research once salaries have been paid. But malaise is widespread, and

money is not the only question. University workforces are riddled

with dead wood, a legacy of too little competition for academic posts

or research grants. And universities are not penalized if they choose to

hire staff on the basis of personal contacts instead of talent.

(leggi tutto)



venerdì, novembre 26, 2010

Sono interessanti i dati riportati

CHICAGO BLOG

Università: come non si debbono fare le riforme

Ugo Arrigo

La riforma degli atenei statali in corso di approvazione alla Camera rappresenta un ottimo esempio di comenon si debbono fare le riforme. In primo luogo non dimostra di poter realizzare un miglioramento rispetto ad uno status quo ritenuto insoddisfacente (mentre un buon progetto di riforma deve provare di poter realizzare un nuovo stato che sia superiore e dominante, possibilmente in maniera netta, rispetto a quello corrente). Per dimostrare di poter superare gli aspetti problematici della situazione esistente deve essere in grado di identificarli e quantificarli con esattezza: prima di individuare la terapia occorre una diagnosi accurata. La riforma, invece, è una terapia senza diagnosi (secondo difetto).

Cosa si imputa infatti all’università pubblica? Una scarsità di risultati solo in assoluto o anche in rapporto alle risorse consumate? Si tratta di due ipotesi molto differenti dato che nel primo caso la colpa è delle risorse insufficienti e nel secondo dell’inefficienza del sistema che, invece, spreca risorse. Nel primo caso occorre dare più risorse per ottenere risultati migliori, nel secondo caso le risorse si possono anche ridurre all’accrescersi dell’efficienza del loro utilizzo.

Nel nostro paese vi sono 12 adulti laureati ogni 100 abitanti, nei paesi sviluppati dell’area Ocse 26 ogni 100 abitanti; in Italia coloro che hanno conseguito un dottorato di ricerca sono 16 ogni 100 mila abitanti, in Europa50, negli Stati Uniti 48. Il minor output totale nel tempo del sistema universitario è dunque provato, tuttavia il rapporto output/input segnala per l’Italia un valore superiore alla media europea: da noi vi sono circa 30studenti iscritti per docente di ruolo, ricercatori compresi (60 mila docenti per 1,8 milioni di studenti), nell’area Ocse 15,8 studenti per docente, poco più della metà. Se escludiamo dal numeratore i fuori corso, che esistono solo in Italia e che tuttavia non sono iscritti ‘in sonno’ ma consumano risorse, il rapporto docenti studenti scende in Italia a 21,4, rimanendo comunque più elevato del 35% rispetto alla media Ocse. Inoltre, se escludiamo dal denominatore i ricercatori, i quali non sono tenuti dalle norme vigenti a svolgere attività didattiche (sino al decennio ’90 non potevano essere titolari di insegnamenti ma solo di attività didattiche integrative), e vi lasciamo i soli professori ordinari e associati, il rapporto studenti docenti sale a 35 se escludiamo i fuori corso dal numeratore e a 48 se li includiamo. Per quanto riguarda la spesa pubblica per la formazione superiore essa è pari in Italia allo 0,8% del Pil, nei paesi Ocse all’1,3% del Pil. Essa è inoltre pari in Italia al’1,6% della spesa pubblica totale contro il 2,9% nell’Unione Europea.

Sul fronte della ricerca in Italia vi sono 82 mila addetti (universitari e appartenenti ad altri enti), in Francia e Gran Bretagna oltre 160 mila, in Germania oltre 250 mila, in Giappone oltre 600 mila, negli Stati Uniti più di1,2 milioni. La spesa complessiva per la ricerca è pari in Italia all’1,1% del Pil ed essa è per oltre metà a carico del settore pubblico; in Europa è pari all’1,9% del Pil. L’Italia e gli altri paesi europei si erano impegnati a raggiungere il 3% del Pil entro il 2010. Pur essendovi indubbi margini di miglioramento di efficienza (rimando al mio ‘progetto liberale’ di riforma degli atenei) è evidente che la scarsità di risultati complessivi del sistema di formazione universitaria e della ricerca sia soprattutto conseguenza della scarsità di risorse messe a disposizione.

I dati precedenti sono noti (debbono ragionevolmente esserlo) ai ministri che hanno promosso la riforma dell’università, essendo riportati a pag. 37-38, in una scheda curata dal Ministero dell’Università, Istruzione e Ricerca, dell’Allegato al Documento di Programmazione Economico-Finanziaria per gli anni 2010-2013 presentato dal Ministro dell’Economia e dal Presidente del Consiglio il 15 luglio 2009.

Come si può deliberare senza conoscere? Come si può deliberare ignorando ciò che è noto? … come se le soluzioni non maturate e non ragionate non partorissero necessariamente nuovi grovigli e rinnovate urgenze di porre rimedio a peggiori mali.

domenica, novembre 21, 2010

WWW.lavoce.info

Scuola e Università

LE BUONE UNIVERSITÀ CI SONO, COSTRUIAMO L'ECCELLENZA

di Francesco Coniglione 19.11.2010

Su università italiane e università americane ci sono alcuni luoghi comuni da sfatare. Non è vero che la situazione delle nostre sia così nera come si vuole a volte dipingerla. Né è vero che quelle di oltre oceano siano tutte eccellenti. La posizione dell'Italia nei ranking internazionali è del tutto adeguata al suo ruolo di settima potenza industriale del mondo. Se poi vogliamo creare anche da noi sedi di eccellenza, basta permettere la libera circolazione dei ricercatori. E aggiungere un rifinanziamento virtuoso degli atenei per i cosiddetti costi indiretti.

Lʼarticolo di Giovanni Abramo pone una questione importante: la valutazione del sistema universitario italiano e la necessità di costituire un polo di università di eccellenza o di “world-class universities”. Una giusta esigenza che deve essere inserita in un contesto conoscitivo circa la posizione delle università italiane e il sistema di classificazione di quelle americane, che costituiscono quasi sempre il punto di riferimento paradigmatico.

LUOGHI COMUNI DA SFATARE TRA AMERICA E ITALIA

Quando si parla di università di serie A e B si opera una semplificazione eccessiva rispetto alla realtà del sistema americano. La situazione è in realtà molto più articolata: vi sono tipologie di università molto differenti (ben trentatré per la Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching), che vanno dalle “very high research activity” ai “Tribal colleges”. E quelle al top sono solo novantasei in tutto. Siamo quindi in presenza di un sistema di eccellenza che risponde a criteri ed esigenze funzionali diverse, in base ai servizi resi, alla qualificazione del personale docente, al tipo di titoli rilasciati, al numero di dottorati e così via.
In secondo luogo, la valutazione delle università italiane non è così disastrosa come spesso si è voluto dipingere negli ultimi tempi. Certo, in Italia i gruppi di ricerca migliori sono disseminati un poʼ qui e un poʼ là; e tuttavia non è del tutto vero che non sia possibile distinguere tra gli atenei. Secondo gli otto ranking attualmente prodotti a livello mondiale, vediamo che esiste una notevole convergenza: solo trentuno università italiane su novantacinque hanno un piazzamento in almeno due ranking (vedi figura 1). Se poi tra questi ranking vengono privilegiati quelli aventi carattere bibliometrico e che prendono in considerazione la qualità della produzione scientifica, vediamo che la performance delle università italiane migliora. Ad esempio, nellʼHeeact (Higher Education Evaluation and Accreditation Council of Taiwan) risulta che lʼItalia nel 2010 piazza ventinove atenei tra i primi 500, collocandosi al quarto posto a livello mondiale dopo Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, migliorando la propria posizione rispetto al 2007 (vedi figura 2). Non possiamo competere con le irraggiungibili trentacinque università americane che si collocano tra le prime cinquanta; e tuttavia rispetto alle altre nazioni del mondo la performance dellʼItalia è del tutto adeguata al suo ruolo di settima (o ottava) potenza industriale del mondo. Ciò conferma che se, da una parte, non ci sono punte di eccellenza paragonabili a quelle americane, tuttavia abbiamo un buon rendimento medio. Osserviamo infine, a beneficio di coloro che ritengono che solo le università private possano esser le depositarie dellʼeccellenza, che le università italiane presenti in tutti e otto ranking internazionali sono statali, ad eccezione della Cattolica di Milano: nessuna delle “prestigiose” università private è inclusa tra le prime 500.
Per quanto riguarda il problema del riconoscimento del merito, è importante notare che buona parte di quello che in Italia è il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) è costituito nelle università americane dai finanziamenti alla ricerca, dei quali una percentuale sino al 40-50 per cento viene indirizzata ai cosiddetti “costi indiretti”, ovvero allʼateneo, per mantenere strutture, laboratori, biblioteche e personale di supporto (oltre a dare una retribuzione aggiuntiva ai docenti). In tal modo, le università che hanno i ricercatori più bravi e sono in grado di assicurarsi più contratti per ricerca scientifica, hanno anche maggiori risorse. Ciò favorisce anche una politica di accaparramento dei migliori ricercatori da parte delle università. Inoltre, a differenza di quanto di solito si sostiene in merito alla predominanza dellʼintervento privato e industriale nel finanziamento della ricerca scientifica, di fatto solo il 6 per cento dei fondi proviene dellʼindustria (vedi figura 3).

PER LA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI RICERCATORI

E così veniamo al problema di come favorire anche in Italia una maggiore concentrazione di talenti nelle università migliori. Piuttosto che mediante una procedura dallʼalto, pilotata ministerialmente con la gemmazione di nuove università dove far convergere i migliori, la soluzione potrebbe essere una sorta di selezione naturale: permettere ai ricercatori migliori di migrare nelle università che, già da ora, sono in grado di offrire condizioni più vantaggiose per la ricerca e lʼavanzamento di carriera (e la retribuzione). Oggi ciò è impedito dal vincolo che lega il docente allʼateneo attraverso lo strumento del budget: chi vuole trasferirsi in unʼaltra università deve lasciare il proprio budget in quella di provenienza e quindi costringe la sede che lo accoglie a mettere a disposizione risorse aggiuntive. La mobilità risulta così impossibile e sono disincentivate le università che vogliono qualificarsi e migliorare i propri standard facendo vere e proprie “campagne acquisti” dei docenti e ricercatori migliori, assicurando loro “condizioni al contorno” più gratificanti. Con un meccanismo di “libera circolazione dei ricercatori” le università migliori verrebbero “votate con i piedi” non solo dagli studenti, ma anche dai docenti, mentre le peggiori sarebbero progressivamente abbandonate: si avrebbe una selezione darwiniana spontanea. Ciò potrebbe avvenire col semplice riassegnamento del corrispettivo budget del Ffo all'ateneo di accoglienza. Si potrebbe addirittura stabilire un “premio di attrattività” per gratificare con fondi aggiuntivi le università in grado di attrarre ricercatori. E ciò dovrebbe essere accompagnato da un “rifinanziamento virtuoso” delle università che, spostando i fondi aggiuntivi sui contratti di ricerca, dia loro più risorse mediante i “costi indiretti”, analogamente a quanto avviene nel sistema americano. Nel giro di qualche anno si verrebbero a formare in modo naturale delle università “di eccellenza”, senza discutibili operazioni verticistiche. A tale scopo è indispensabile la creazione di unʼagenzia indipendente per la valutazione dei progetti di ricerca da finanziare, in modo da evitare le solite camarille che ancora oggi sono di largo corso.
Due misure, non difficili da realizzare, che favorirebbero la qualificazione del sistema della ricerca verso poli di eccellenza, senza infliggere ulteriori traumi da riforme onnicomprensive a un sistema universitario già sotto stress da alcuni decenni.

Figura 1 – Le università italiane per numero di piazzamenti nei maggiori ranking internazionali

Figura 2 – Numero di università dei vari Stati per anno tra le prime 500 (Heeact)

Figura 3– Distribuzione per fonte dei finanziamenti in ricerca & sviluppo negli Usa nelle università e college nel 2008

lunedì, aprile 19, 2010

UNIVERSITA'
Anche la Corte dei Conti critica la laurea breve

Corte dei Conti boccia laurea breve
"I risultati sotto le attese"
La Repubblica 19 aprile 2010

Secondo la magistratura contabile promesse disattese sia in termini di aumento dei laureati sia in termini di miglioramento della qualità dell'offerta formativa
ROMA - La laurea breve, percorso "specialistico" affiancato a quello della laurea tradizionale dalla riforma universitaria, è da bocciare. Lo sostiene la Corte dei Conti in un Referto sul sistema universitario appena pubblicato, motivando un giudizio tanto netto con una spiegazione semplicissima: la laurea breve "non ha prodotto i risultati attesi" né in termini di aumento dei laureati né in termini di miglioramento della qualità dell'offerta formativa.

giovedì, ottobre 08, 2009



Nell’hit parade delle 100 migliori università del mondo compilata annualmente dal Times Higher Education scende per la prima volta il numero di quelle nordamericane (42 nel 2008; 36 nel 2009) mentre cresce la presenza delle università europee (39 sono rappresentate tra le top 100 contro 36 del 2008).
.....
Ma dal boom del vecchio continente, purtroppo, è completamente esclusa l’Italia. L'unica università del Bel Paese presente nelle top 200 è infatti l'Università di Bologna che si piazza al 174° posto, davanti alla Sapienza (la più grande università italiana) che è rimasta al 205°, come lo scorso anno. Dalla graduatoria emerge che la performance media delle italiane è peggiorata quest’anno, anche se Bologna e IlPolitecnico di Milano hanno entrambe migliorato la propria posizione.

venerdì, gennaio 09, 2009

I dati dell'ultimo rapporto Eurostat collocano il nostro paese al 21esimo posto. E sale solo di poco nella classifica che considera l'investimento per ogni studente

Istruzione, l'Eurostat boccia l'Italia. "Quasi ultima per spesa nella Ue"
La repubblica di 8 gennaio 2009

BRUXELLES - Con una spesa per l'istruzione pari al 4,4% del Pil, l'Italia è sestultima nella Ue, prima solo di Spagna, Grecia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania. Dati rilevati da Eurostat , l'istituto statistico della commissione Europea, secondo i quali nel 2005 la spesa pubblica degli stati membri della UE per l'istruzione è pari, in totale, al 5% del pil. Il dato rilevato da Eurostat considera tutti i livelli di spesa pubblica, locali, regionali e nazionali, e comprende non soltanto le istituzioni scolastiche e universitarie ma anche le altre istituzioni che garantiscono il funzionamento del sistema educativo nazionale: ministeri e dipartimenti della pubblica istruzione, servizi, ricerca. Questi rilevamenti confermano, per alcuni versi, le polemiche seguite alle dichiarazioni del ministro Gelmini sulla spesa per l'istruzione in Italia. Nell'ottobre scorso, nel pieno delle contestazioni, il ministro dell'istruzione spiegava, dati alla mano, che il problema della scuola italiana è che si spende troppo e male. "Non è vero che in Italia si spenda poco per l'istruzione- dichiarava il ministro- anzi siamo tra i primi d'Europa". Ma stando agli ultimi dati, l'Italia, spendendo per l'istruzione il 4,4% del Pil, si situa solo al ventunesimo posto. Meno dell'Italia spendono infatti soltanto Repubblica Ceca (4,2%), Spagna (4,2%), Grecia (4%), Slovacchia (3,8%) e Romania (3,5%). Il dato più importante del rapporto Eurostat non è però la spesa in rapporto al pil, ma quanto effettivamente spende ciascun paese in rapporto al numero dei propri studenti. L'eurostat tiene conto anche di questo, e calcola la spesa educativa per allievo/studente utilizzando come unità di misura lo "standard del potere d'acquisto" (spa), che tiene conto dei diversi livelli di costo della vita. Secondo questo parametro l'Italia si situa al quattordicesimo posto, con una spesa pari a 5.908, dato molto inferiore rispetto a quello di paesi come Austria e Danimarca (8.000 Spa), Giappone (7.100 Spa), USA (10.600Spa). La media Ue è di 5650.

lunedì, dicembre 22, 2008

giovedì, dicembre 11, 2008

lunedì, novembre 17, 2008

E' interessante osservare i dati relativi ai finanziamenti ordinari erogati alle università nel 2007 confrontati con i finanziamenti ritenuti adeguati dalla commissione del ministero in base alla qualità dell'ateneo

giovedì, novembre 13, 2008

Linee Guida del Governo per l’Università



Autonomia, responsabilità, merito
L’Europa, attraverso la strategia di Lisbona, ha posto il traguardo di una società basata sulla conoscenza. L’Italia ha come principale risorsa il suo capitale umano. Il Governo sin dalle dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio
ha indicato come obiettivi strategici per il Paese l’equilibrio di bilancio, l’implementazione dell’Agenda di Lisbona, il recupero del gap di competitività nei confronti dei principali partners europei. Queste linee guida per l’università sono la proposta aperta per realizzare la strategia di governo della legislatura.

L’università e la ricerca sono una ricchezza fondamentale per l’Italia. Per tornare ad essere uno strumento davvero efficace di crescita e di promozione sociale e personale in un Paese avanzato, l’università deve cogliere con coraggio la richiesta di rinnovarsi, rendersi trasparente nella condotta e nei risultati, dimostrare con la forza dei fatti di saper progettare un futuro ambizioso.

Miglioramento del sistemaLe difficoltà della congiuntura economica impongono uno sforzo per raggiungere in tempi rapidi l’equilibrio di bilancio, ma questo sforzo rappresenta anche una sfida a migliorare un sistema che accanto a punti di forza innegabili presenta molti aspetti di criticità. In questo momento è chiaro che la strada per conquistare eventuali maggiori risorse passa obbligatoriamente attraverso riforme coraggiose e profonde, che sappiamo impostare su basi più adeguate lo sviluppo culturale del nostro Paese e rafforzarne la competitività internazionale.

Gestione responsabileLa gestione responsabile e la sostenibilità economica sono infatti condizioni essenziali dell’autonomia di cui le università giustamente godono. Bisogna prima di tutto spendere bene le risorse disponibili e per questo dobbiamo promuovere insieme una collaborazione virtuosa tra Ministero ed atenei, fondata su una limpida distinzione di compiti: il primo deve accreditare, valutare, incentivare e soprattutto garantire il rispetto degli standard qualitativi; i secondi devono assicurare alla comunità nazionale e internazionale, in riferimento a parametri qualitativi ed economici concordati e verificati, educazione di qualità, ricerca di alto livello, gestione efficiente delle risorse, contributo efficace allo sviluppo culturale, economico e tecnologico del Paese.

MeritocraziaAutonomia e responsabilità, quindi, ma anche, soprattutto, il merito come criterio costante di scelta: nell’allocazione delle risorse, nella valutazione dei corsi e delle sedi, nella scelta e nella remunerazione dei docenti, nella promozione della ricerca. Esistono certamente punti di forza indubbia nelle nostre università, ma stiamo perdendo terreno rispetto ad altri Paesi. Le classifiche internazionali, che pure non sono esenti da difetti, presentano anno dopo anno un quadro per noi sconfortante: l’Italia conquista risultati di rilievo grazie ad istituzioni quali la Scuola Normale Superiore di Pisa e la SISSA di Trieste, ma nessuna delle nostre università generaliste si colloca in posizioni accettabili. Il contrasto tra questi due dati indica che possiamo, e quindi dobbiamo sforzarci di competere ai massimi livelli. L’obiettivo deve quindi essere quello di migliorare il posizionamento complessivo dei nostri atenei e creare allo stesso tempo maggiori opportunità perché i migliori sviluppino a fondo il loro potenziale competitivo.

Sfida nazionaleIl Governo si impegna a dare al Paese un’università più libera, più moderna, più forte e chiede al Parlamento, ai protagonisti dell’università, al mondo del lavoro e delle imprese di prendere parte ad una sfida nazionale per proiettare il nostro sistema universitario verso i migliori standard internazionali.


Lo studente al centro dell’università
L’investimento più importante che il Paese può fare è quello sul capitale umano, sui giovani che ne rappresentano il futuro e per questo gli studenti, le loro esigenze e le loro aspirazioni, vanno rimessi al centro della nostra missione. L’università è stata in tempi non remoti uno strumento straordinario di mobilità sociale: perché torni ad esserlo dobbiamo concentrare i nostri sforzi sulla qualità dell’offerta e dei servizi.
Corsi di laurea dequalificati danneggiano soprattutto gli studenti che provengono da situazioni meno privilegiate, perché offrono un surrogato spesso inutile di una vera e propria educazione universitaria.
Abbandono degli studiIl numero troppo alto di abbandoni di studenti iscritti ma inattivi, di non frequentanti, è indice di una patologia grave, troppo spesso accettata come inevitabile: il 20% degli studenti lascia dopo il primo anno e solo il 50% degli immatricolati completa gli studi conseguendo il titolo. Non meno ingiustificato è il fatto che la laurea triennale sia spesso considerata solo una prima tappa incompleta e la gran parte dei laureati senta di doversi iscrivere immediatamente alla laurea magistrale.
Dobbiamo essere certi che le università immettano nel mondo del lavoro una nuova leva di laureati triennali ben preparati ed è quindi indispensabile da parte degli atenei una maggiore consapevolezza della propria missione e delle proprie responsabilità, così come è necessario sviluppare sia nel settore pubblico che in quello privato una migliore conoscenza e un maggiore apprezzamento delle lauree triennali. Le nuove norme previste dal DM 270 offrono l’occasione di riformulare secondo criteri più rigorosi l’offerta formativa: il Governo intende accelerare l’applicazione dei requisiti previsti e correggere alcuni aspetti che si prestano ad un miglioramento.
Atto di indirizzoSi impone, in generale, una revisione dei meccanismi di spesa volto a potenziare il finanziamento della domanda di educazione rispetto a quello dell’offerta: il diritto allo studio non si realizza infatti con la moltiplicazione di microsedi sotto casa, ma mettendo gli studenti in grado di perseguire le loro aspirazioni tramite borse di studio, prestiti d’onore, residenze, servizi. Il decreto legge appena varato aumenta in modo cospicuo gli investimenti in questa direzione, ma è necessaria una stretta collaborazione con gli Enti locali e altri soggetti istituzionali, quali ad esempio le Fondazioni bancarie, per concentrare gli sforzi su un nuovo modello di accesso alla formazione universitaria.


L’offerta formativa
Il miglioramento dell’offerta formativa e il risanamento del sistema sono strettamente connessi, perché diseconomie e mancanza di progetti ben definiti incidono negativamente su entrambi. A una laurea triennale solida, seria e a spettro ragionevolmente ampio si devono affiancare una laurea magistrale di effettiva specializzazione e un dottorato di ricerca di livello pari alle migliori esperienze internazionali.
Queste le azioni prioritarie:
A.1 razionalizzare e ridurre gli insegnamenti, 120.000 nel 2002-03, ma ora 180.000, affidati per il 40% a docenti esterni (spesso giovani sottopagati);
A.2 razionalizzare i corsi di studio, proliferati in modo abnorme anche in assenza di credibili motivazioni scientifiche. In 8 anni si è passati da circa 2.500 corsi di laurea e di diploma ad oltre 5.500 corsi di primo e secondo livello, spesso ulteriormente divisi in curricula.Il Governo auspica che le università procedano ad una netta riduzione da subito, anche prima che siano emanati i necessari provvedimenti ministeriali;
A.3 rafforzare la laurea magistrale che non deve essere complemento quasi obbligato alla triennale, ma percorso formativo specialistico da intraprendere anche in fasi diverse della crescita professionale ed umana;
A.4 combattere la dispersione degli studenti, soprattutto dopo il primo anno: sono troppo numerosi gli iscritti che non si laureano e vanno quindi rafforzate le azioni di orientamento degli studenti nel delicato passaggio tra scuola superiore ed università. È inoltre essenziale dare impulso alla formazione integrativa per offrire più ampia libertà di scelta agli studenti;
A.5 incentivare i corsi di laurea e in particolare di laurea specialistica con insegnamenti in lingua straniera, anche in partenariato con istituzioni estere, sia per attrarre studenti da altri Paesi, sia per preparare i nostri alle sfide del mondo globale;
A.6 modificare le procedure di accesso ai corsi a numero programmato per renderle più affidabili ed omogenee agli standard internazionali;
A.7 sperimentare nuovi modelli di percorsi di studio a ciclo unico in presenza di specifiche esigenze di carattere scientifico e didattico;
A.8 avviare, in linea con gli impegni assunti in sede europea, le procedure di accreditamento dei corsi e delle sedi sulla base della qualità e della sostenibilità;
A.9 analizzare e valutare le sedi decentrate degli atenei, oggi troppo numerose (oltre 300) e non sempre provviste dei necessari requisiti strutturali e qualitativi e verificare contestualmente la loro sostenibilità finanziaria;
A.10 proseguire e rafforzare le azioni intraprese per incentivare l’educazione tecnico-scientifica.


Il diritto allo studio
Vanno aggiornate le norme sul diritto allo studio, che devono essere rese più efficaci e aderenti ai bisogni degli studenti e va dato un forte impulso alla diffusione dei prestiti d’onore. Il diritto allo studio è facilitare l’accesso ad una università qualitativamente rigorosa, capace di fornire strumenti di crescita professionale e personale. Un elemento chiave di questa strategia consiste nel portare lo studente verso le sedi universitarie e non viceversa. L’Italia sconta un ritardo storico nella costruzione di alloggi per studenti, con poco più di 54.000 posti letto disponibili nel sistema a fronte di circa 660.000 studenti fuori sede.

B.1 rivedere le norme sul diritto allo studio per renderle più efficaci e aderenti ai bisogni degli studenti;
B.2 potenziare, in collaborazione con le Regioni, gli Enti locali, le Agenzie per il diritto allo studio e altri soggetti, pubblici e privati, le risorse destinate alla costruzione di residenze universitarie, al fine di incentivare la mobilità interna ed internazionale degli studenti;
B.3 rafforzare, in collaborazione con il sistema bancario, la disponibilità dei prestiti d’onore;
B.4 incrementare i corsi universitari in orario serale per far fronte alle esigenze degli studenti che lavorano, anche al fine di ridurre il fenomeno del fuori corso e dei non frequentanti;
B.5 favorire lo sviluppo della formazione continua lungo l’arco della vita, funzione indispensabile in un’economia avanzata e in rapida trasformazione.


Il merito e la valutazione
QualitàL’allocazione delle risorse sulla base della qualità (della ricerca, dell’insegnamento e dei suoi risultati, dei servizi e delle strutture) è per il Governo il criterio fondante di un nuovo sistema universitario più libero e più responsabile, sia a livello centrale che nei singoli atenei. Già nel 2009 il 7% di tutti i fondi di finanziamento alle università sarà erogato su base valutativa e la percentuale è destinata a crescere rapidamente negli anni successivi per allinearci alla migliore prassi internazionale. L’obiettivo è infatti quello raggiungere entro la legislatura il 30%.
Le azioni prioritarie:
C.1 accelerare l’entrata in funzione dell’Agenzia della valutazione con piena trasparenza ed autonomia, a seguito delle modifiche regolamentari necessarie per renderla più efficiente ed incisiva;
C.2 predisporre, sulla base dell’esperienza già acquisita dal CIVR, un modello di valutazione delle strutture di ricerca, universitarie e non, che prenda in considerazione l’attività scientifica di ogni dipartimento nel suo insieme e consenta quindi un’allocazione delle risorse su base qualitativa dipartimento per dipartimento;
C.3 attribuire da subito ai risultati della valutazione della ricerca un peso significativo nell’attribuzione delle risorse e nell’allocazione delle borse di dottorato e di nuovi posti da ricercatore;
C.4 assicurare al CIVR e al CNVSU le risorse necessarie per proseguire la loro attività in attesa dell’entrata in funzione dell’Agenzia e, specificamente, consentire al CIVR di avviare il secondo esercizio di Valutazione triennale della ricerca e concluderlo entro il 2009.


Il reclutamento e lo stato giuridico dei docenti
I docenti sono il cuore e la mente dell’università. Purtroppo negli anni alcune esigenze corporative sono state anteposte a quelle degli studenti e dei giovani studiosi, con risultati che, paradossalmente, hanno fatto aumentare i costi della docenza e allo stesso tempo escluso molti giovani meritevoli dal mondo della ricerca. Nel 1998, prima della riforma dei concorsi, professori e ricercatori di ruolo erano meno di 50.000, oggi sono oltre 62.000: un aumento complessivo del 24%, ma per gli ordinari addirittura del 46%, a fronte di una crescita del 7% della popolazione studentesca. Gli ordinari sono più degli associati e poco meno dei ricercatori e l’età media di ingresso in tutti e tre i ruoli è troppo alta (più di 50 anni per gli ordinari, di 44 per gli associati, di 36 per i ricercatori): si tratta di una situazione abnorme e insostenibile.
Turnover
Percentuale di crescita dei docentiIl Governo ritiene indispensabile rompere il circolo vizioso in cui spesso si creano nuovi corsi per creare nuovi posti. La stretta sul turnover è in questo senso una misura di emergenza necessaria, soprattutto alla luce del fatto che saranno espletati nei prossimi mesi concorsi per l’attribuzione di oltre 3.700 idoneità da associato ed ordinario. Come prima misura urgente il Governo ha rimodulato il turnover per favorire al massimo il ricambio generazionale tramite l’assunzione di un numero elevato di giovani ricercatori e ha rivisto in via transitoria le regole per il reclutamento di docenti e ricercatori al fine di modificare un sistema criticato da ogni parte. E’ peraltro urgente una riforma organica dei meccanismi di reclutamento e dello stato giuridico basata sul riconoscimento del merito e allineata con la prassi internazionale. Il meccanismo delle idoneità multiple si è rivelato negli anni fonte di deresponsabilizzazione e va quindi eliminato. In questa materia così delicata il Governo auspica un’ampia condivisione di obiettivi e di metodo con tutte le forze parlamentari.
Le azioni prioritarie:
D.1 riflettere sull’assetto complessivo della carriera accademica, con particolare riferimento al ruolo d’ingresso e alle diverse caratterizzazioni che esso può assumere;
D.2 elaborare parametri condivisi di qualificazione scientifica per l’accesso ai diversi ruoli della docenza, anche con l’utilizzo, ove possibile, di indicatori di qualità scientifica internazionalmente riconosciuti (impact factor; citation index): il CUN è già al lavoro in questo senso;
D.3 incentivare la mobilità degli studiosi tra l’Italia e l’estero e tra le varie università italiane, prevedendo anche, se necessario, che l’avvio della carriera accademica debba svolgersi in una sede diversa da quella in cui si sono compiuti gli studi;
D.4 incentivare l’internazionalizzazione del corpo docente, condizione indispensabile per introdurre più innovazione nei nostri atenei ed attrarre studenti dall’estero; specificamente, incentivare fortemente gli atenei che assumono giovani ricercatori che hanno conseguito il dottorato in altri atenei italiani o esteri.
D.5 dare priorità ad un nuovo meccanismo di reclutamento dei giovani ricercatori ispirato ai principi della Carta europea dei ricercatori e basato sulla valutazione del merito. La modifica già proposta in via transitoria dal Governo assicura da subito un maggior coinvolgimento della comunità scientifica nazionale ed elimina, allineandosi alla prassi internazionale, le prove d’esame;
D.6 ripensare il ruolo dei ricercatori universitari, il cui stato giuridico non è allineato alla funzione che la gran parte di essi effettivamente svolge nelle università;
D.7 riformare i meccanismi di selezione dei professori associati ed ordinari assicurando che entrambi avvengano sulla base del merito e nel rispetto di parametri di riferimento condivisi;
D.8 studiare la possibilità di prevedere modalità sperimentali di reclutamento più aderenti alle esigenze di delle Scuole a statuto speciale o di altre istituzioni con caratteristiche simili;
D.9 rivedere il meccanismo degli automatismi stipendiali, che non necessariamente premia la qualità della ricerca e l’impegno nella didattica, sostituendolo gradualmente con valutazioni periodiche dell’attività svolta;
D.10 ridefinire e ridurre in tempi rapidi i settori scientifico-disciplinari, oggi troppo numerosi e frammentati, fonte di rigidità del sistema universitario e disincentivo alla ricerca interdisciplinare e innovativa;


Il dottorato di ricerca
Nel contesto di un approccio rinnovato alla docenza e al reclutamento assume un’importanza particolare un ripensamento del dottorato di ricerca e del post-dottorato. È importante che il valore scientifico del dottorato sia alto e internazionalmente riconosciuto come tale. Il dottorato costituisce infatti il grado più alto di specializzazione offerto dall’università, sia per chi intende dedicarsi alla ricerca, sia per chi desidera entrare nel mondo produttivo dotato di credenziali scientifiche di particolare peso. La situazione attuale presenta alcune evidenti criticità. I corsi di dottorato sono oltre 2.200, con una media di appena 5,6 iscritti per corso: si tratta di una frammentazione davvero eccessiva, che non consente di creare quella comunità di giovani studiosi impegnati in uno specifico ambito di ricerca che costituisce la vera forza dei dottorato.
Il dottorato deve inoltre acquisire una dimensione sempre più internazionale e favorire la mobilità dei giovani. Oggi meno del 5% dei dottorandi attivi in Italia proviene dall’estero. E’ necessario intervenire su questo fronte e recepire prontamente le indicazioni che ci provengono dall’Europa in vista della creazione di una European Research Area volta a facilitare la libera circolazione degli studiosi.
European Research AreaLe azioni prioritarie:
E.1 razionalizzare e riorganizzare i dottorati di ricerca, sia attraverso la riduzione del numero dei corsi attivato, sia attraverso il rafforzamento di scuole dottorali di ateneo dotate di massa critica, adeguate strutture per la ricerca e elevati livelli di qualità e produttività scientifica;
E.2 collegare l’attivazione dei corsi di dottorato a precisi ed elevati requisiti, relativi sia alla qualità e alle dimensioni delle strutture e delle attrezzature di ricerca, sia alla qualità della ricerca prodotta, come valutata dal CIVR;
E.3 predisporre nuove modalità di ammissione allineate con la prassi internazionale;
E.4 ripensare la struttura e la durata del dottorato, che dovrebbe essere vincolata al raggiungimento di verificabili risultati scientifici;
E.5 incentivare la dimensione internazionale dei programmi di dottorato nella struttura, nelle procedure di ammissione, nella direzione delle tesi e nella valutazione dei risultati;
E.6 aumentare la quota di insegnamento strutturato all’interno dei programmi di dottorato;
E.7 promuovere la residenzialità dei dottorandi, anche al fine di incentivare la possibilità per i laureati di un ateneo di iscriversi al dottorato in una sede diversa da quella in cui hanno compiuto gli studi, condizione essenziale questa per favorire la circolazione delle idee e degli studiosi;
E.8
Stanziato un fondo di 50 milioni di euro per il 2009facilitare lo sviluppo di progetti di ricerca di altissima qualità, selezionati secondo i più avanzati standard internazionali, da parte di giovani studiosi che abbiano conseguito il dottorato. A tal fine il Ministero ha già stanziato per il 2009 un fondo di 50 milioni di euro.


La governance
I tempi sono maturi per una modifica delle forme di governo degli atenei che rafforzi autonomia, democrazia e bilanciamento dei poteri, responsabilità chiare, valutazione dei risultati ed efficacia gestionale. L’attuale sistema, sedimentatosi in tempi molto diversi dagli attuali, implica evidenti difficoltà sia di indirizzo che di gestione e controllo.
Modelli organizzativi e istituzionaliÈ anche opportuno riflettere sui modelli organizzativi e istituzionali adatti a un sistema universitario maturo e complesso, che include università di antichissima e recentissima istituzione, grandi e piccole, specialistiche e generalistiche, e in cui anche le università non statali dovranno garantire un’alta qualità del servizio formativo erogato e della ricerca scientifica in esse effettuata, secondo gli standard che verranno fissati dall’organo nazionale di valutazione.
All’interno di un quadro di riferimento comune ogni ateneo dovrebbe riflettere liberamente su quale assetto sia più rispondente alla sua identità e ai suoi progetti.
Le azioni prioritarie:
F.1 richiedere agli atenei di adottare entro sei mesi un codice etico che individui tra l’altro in modo puntuale i casi di incompatibilità e di conflitto di interesse;
F.2 completare la messa a punto delle norme che consentono alle università, a seguito di autonoma deliberazione, di assumere la forma giuridica di fondazioni, prevedendo in ogni caso che resti regolata per legge ai livelli attuali la contribuzione degli studenti, e che sia in ogni caso garantito e sviluppato un solido sistema di sostegno finanziario tramite borse di studio e altre forme di supporto;
F.3 sviluppare negli atenei la cultura della accountability verso l’esterno, incentrata sulla comunicazione trasparente dei risultati ottenuti nelle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico e dei finanziamenti esterni acquisiti; sulla riflessione sui costi, sulla sostenibilità di medio-lungo periodo delle iniziative, sul valore patrimoniale degli atenei e sulle reali situazioni debitorie e creditore. Sono necessarie, tra l’altro, la rapida messa a punto di schemi contabili omogenei e la certificazione dei bilancii.
F.4 distinguere in modo netto tra le funzioni del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione, riservando al primo il compito di rappresentare le istanze scientifiche e accademiche, al secondo quello di definire le linee di indirizzo per la pianificazione strategica dell’ateneo nel suo complesso e di assicurare una corretta e prudente gestione ispirata agli interessi generali, che devono quindi in esso prevalere;
F.5 eliminare la duplicazione di organi spesso pletorici e snellire i processi decisionali e, in particolare, integrare maggiormente la gestione della didattica e della ricerca attraverso processi di riorganizzazione dell’articolazione interna all’ateneo. L’attuale ripartizione di compiti tra Facoltà, Dipartimenti e Corsi di Laurea è causa di inefficienza e confusione;
F.6 ridefinire il ruolo del rettore, creando le condizioni affinché questi possa realmente assumere la piena responsabilità delle sue decisioni (chiaramente delineate nel programma elettorale) e porre in atto la difficile sintesi tra esigenze interne ed esterne spesso contrastanti, incanalandole in una strategia generale per l’eccellenza della ricerca, la qualità della didattica e l’innovazione amministrativa;
F.7 limitare a non più di due mandati e comunque un massimo di 6 e 8 anni rispettivamente, la permanenza in carica di presidi e rettori e prevedere che anche per questi ultimi il mandato non possa estendersi oltre la data di collocamento a riposo;
F.8 rafforzare la leadership istituzionale attraverso specifiche attività di formazione dei docenti interessati ad assumere incarichi direttivi;
F.9 rafforzare la funzione gestionale delle università, ponendo attenzione alla professionalizzazione di coloro cui competono responsabilità finanziarie, tecniche ed amministrative;
F.10 favorire i processi di aggregazione e riorganizzazione federale degli atenei su base regionale o macroregionale per offrire agli studenti un’educazione di qualità, evitare duplicazioni inutili di corsi, favorire la collaborazione nella ricerca e nella condivisione dei servizi.


Il valore legale del titolo di studio
Il Governo ritiene indispensabile affrontare il tema del valore legale del titolo di studio. Si tratta infatti di un istituto le cui ragion d’essere, oggi, sembrano ad alcuni superate da una realtà in cui conta soprattutto poter fornire agli studenti, alle famiglie, ai datori di lavoro, dati certi sulla qualità dei corsi e delle strutture. La prospettiva, l’accreditamento, deve quindi farsi carico di garantire il valore sostanziale dei titoli rilasciati dagli atenei, superando una concezione formalistica che è anche causa non ultima di alcune degenerazioni del sistema.


La responsabilità finanziaria
Necessità di riformeLa preoccupazione, più che comprensibile, legata al tema delle risorse, non deve distogliere dalla necessità di elaborare riforme in profondità. Negli ultimi dieci anni l’università ha vissuto una crescita tumultuosa e, quali che fossero le intenzioni di partenza, il risultato è un sistema che assorbe per gli stipendi quasi tutte le risorse che lo Stato gli affida ogni anno. Un cambiamento di rotta è urgente.
Le azioni prioritarie:
G.1 incentivare l’adozione della contabilità economico-patrimoniale. Questa è infatti uno strumento conoscitivo essenziale per gli atenei, i loro interlocutori esterni e il Ministero e consente l’individuazione di costi standard correlati al raggiungimento di precisi parametri qualitativi;
G.2 ridurre gradualmente l’incidenza della spesa per il personale al fine di liberare le risorse necessarie per le missioni fondamentali delle università;
G.3 rendere più restrittivo il vincolo da indebitamento;
G.4 non consentire la messa a bando di nuovi posti agli atenei che hanno superato il limite di legge nel rapporto tra assegni fissi e FFO;
G.5 aggiornare l’attuale modello di finanziamento per assegnare un peso maggiore alla qualità della didattica e della ricerca, accertate con la valutazione;
G.6 imporre agli atenei con bilanci in deficit, o che non rispettano gli attuali vincoli di legge, un piano concreto e rapido di rientro nella norma e predisporne il commissariamento in caso di inadempienza;
G.7 rivedere il rapporto tra le facoltà mediche, gli atenei e il sistema sanitario, al fine di raggiungere un equilibrio tra funzioni e costi.

Sfida del programma
Queste linee guida, insieme alle altre proposte che emergeranno dal confronto parlamentare e dalla discussione pubblica, saranno tradotte in disegni di legge, nella convinzione che le istituzioni della Repubblica sapranno essere al servizio del Paese e del suo futuro.