
martedì, maggio 19, 2009

La Repubblica del 19 maggio 2009
Lo studio di Francesco Caio
"Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga. Considerazioni sulle opzioni di politica industriale"
Presentazione sulle conclusioni del progetto al Ministero dello Sviluppo Economico – Comunicazioni - 12 Marzo 2009
venerdì, aprile 24, 2009
Abbiamo sentito l’esigenza di scrivere al segretario del PD per porre con forza e con dura franchezza le ragioni di un disagio crescente rispetto al futuro del PD e, più in generale, delle prospettive strategiche e di consenso del centro sinistra.
Avvertiamo che questo disagio è diffuso e crescente e attraversa, in particolare, molti colleghi dell’università, della ricerca, del mondo dei saperi in generale. Avvertiamo, al tempo stesso, che possiamo e dobbiamo tentare qualcosa per concorrere a cambiare le cose, ad imprimere una svolta decisa che chiuda la stagione di declino del pensiero e dell’iniziativa laica, progressista e innovatrice nel nostro paese.
Certo, sappiamo che abbiamo solo lanciato un sassolino nello stagno, ma se saremo tanti ad impegnarci in questa direzione potremo portare un contributo che conta, sul piano dei contenuti strategici e oltre.
Ci sarà, quindi, particolarmente gradito un cenno di condivisione, eventuali contributi di riflessione e di proposta, nonché ovviamente possibili considerazioni critiche.
Il nostro urlo per il Pd
Caro Segretario,
siamo un gruppo di docenti universitari sempre più disperati per la disastrosa china nella quale sta scivolando il PD e, in generale, la prospettiva di successo di una politica di centrosinistra.
Ma sentiamo di dover fare qualcosa. Forse l’ultimo tentativo politico di un gruppo di persone che ha sempre votato a sinistra, ma che oggi è fortemente orientato a non votare se qualcosa non cambia davvero.
Nasce da qui questa lettera aperta nella quale ti prospettiamo alcuni determinanti esigenze, che riteniamo cruciali per ricominciare.
Bisogna proporre subito una piattaforma chiara di poche priorità per affrontare difficoltà economiche e disagio sociale, dando il segno di un partito che sa misurarsi con l’emergenza ma è guidato da una prospettiva strategica credibile.Sarebbe prioritario: un set di misure per il sostegno delle fasce più deboli e dell’occupazione e interventi fiscali a favore del ceto medio; rilancio dell’economia basato su investimenti in tecnologie, in infrastrutture e in interventi per energia e ambiente, per la valorizzazione del patrimonio culturale, per il turismo; investimenti massici nel sistema istruzione, ricerca, innovazione.
È indispensabile avviare immediatamente la ricostruzione di una identità di partito, esplicita e riconoscibile, che muova da valori laici, mentre rispetta l’espressione delle coscienze individuali, che esprima posizioni chiare e inequivocabili sulle grandi questioni, sui problemi e sui disagi che attraversano l’economia e la società del nostro tempo, che si avvalga di saperi e di competenze capaci.
La vera costruzione del partito, può basarsi soltanto su principi e logiche di funzionamento che spazzino via le pratiche deteriori che hanno logorato energie, opportunità, prospettive.
Un partito che assuma come tratto costitutivo “la garanzia dell’accesso” all’attività politica a chiunque voglia dare il proprio contributo, ricostruendo strutture radicate nel territorio e nella società, che punti a recuperare vecchie energie oggi disperse e ne ricerchi di nuove, che si avvalga dei saperi e delle competenze, che riaffermi la politica come nobile arte di ricerca dell’interesse generale.
Un banco di prova sarà la costruzione delle liste elettorali che, questa volta, non debbono e non possono non essere sostanziate da nomi di qualità, espressione di pezzi di società e di territori, di saperi e di competenze, di un intreccio di autentico nuovo e di esperienze pregiate che vengono da lontano.
FERNANDO BARDATI (UNIV. TOR VERGATA)
RITA BESSON (UNIV. LA SAPIENZA)
SILVELLO BETTI (UNIV. TOR VERGATA)
TULLIO BUCCIARELLI (UNIV. LA SAPIENZA)
SILVANA CIRILLO (UNIV. LA SAPIENZA)
PAOLO DE NARDIS (UNIV. LA SAPIENZA)
CARLO DI CASTRO (UNIV. LA SAPIENZA)
GIULIO FERRONI (UNIV. LA SAPIENZA)
GIANNI ORLANDI (UNIV. LA SAPIENZA)
giovedì, aprile 09, 2009
Se lo spot è anche un'occasione
di Gianni Orlandi
Corriere della Sera del 9 aprile 2009
venerdì, marzo 27, 2009
Che succede al toro quando vede rosso?
Mar 27th, 2009 by Alfonso Fuggetta
Di solito si imbizzarrisce e perde il controllo. Leggo ora il pezzo della legge di Vita e Vimercati sulla neutralità della rete. E scopro che, non si capisce peraltro a che titolo, viene inserito anche il seguente articolo sul software open source:
1. In conformità con il principio di neutralità tecnologica, le amministrazioni pubbliche sostengono ed utilizzano soluzioni basate su software libero anche al fine di contenere e razionalizzare la spesa pubblica, favorire la possibilità di riuso e l’interoperabilità dei componenti facendo uso di protocolli e formati aperti, adottano soluzioni informatiche basate su protocolli e formati aperti di generale accettazione;2. Lo Stato promuove l’interoperabilità tra le banche dati delle amministrazioni pubbliche.3. Le amministrazioni pubbliche, nella scelta dei programmi per elaboratore elettronico, indicano i motivi che impediscono l’adozione di soluzioni basate su software libero.4. Le amministrazioni pubbliche, nelle procedure ad evidenza pubblica, promuovono l’utilizzo di software libero e di formati aperti e possono prevedere l’assegnazione di punteggi aggiuntivi nei bandi di gara.
Ho voglia a sprecare fiato da anni a questa parte per dire “non scriviamo sciocchezze”. Ho voglia a parlare del cultural divide. Niente da fare. Quando si parla di open source è come sventolare un panno rosso davanti ad un toro: l’unica risposta è la carica a testa bassa.
Dunque, si comincia con un ossimoro: siccome siamo per la neutralità tecnologica, favoriamo i prodotti open source (?!?!?!?!?!?!?).
Poi si parla di favorire il riuso e l’interoperabilità facendo uso di protocolli e formati aperti. E che diavolo c’entra il riuso del software? E le altre cose sui formati aperti non erano già state dette e ridette? Quindi a che serve?
“2. Lo stato promuove l’interoperabilità”. E c’era bisogno di fare una nuova legge per ridirlo?
Il 3. è la solita fisima che non vuol dire niente. È la solita zeppa per dare adito a paure e ricorsi infiniti visto che detto così si lascia all’arbitrarietà di chi interpreta decidere se “i motivi” sono sufficienti o no.
Ma la chicca è questa finale dei punti in più! Quanti? Quando? Per quale motivo?
Secondo me così si da l’avvio a contenziosi infiniti.
Ovviamente “in conformità al principio di neutralità tecnologica”.
Sono cose scritte per far contenti alcuni elettori, ma certo da un punto di vista amministrativo e pratico aumentano solo la confusione che, di suo, già regna sovrana.
lunedì, marzo 16, 2009
domenica, marzo 01, 2009
mercoledì, febbraio 18, 2009
Compensare è un pò speculare
di GIANNI ORLANDI
Corriere della Sera del 18 febbraio 2009
martedì, febbraio 10, 2009
Lo tsunami costituzionale
di STEFANO RODOTA'La Repubblica del 9 febbraio 2009
giovedì, gennaio 29, 2009
«Non voglio dire che l'Italia uscirà dall'Unione monetaria, voglio dire che se non farà le azioni giuste, se la sua crescita resterà bassa, se non riuscirà a dare benessere e opportunità alle generazioni più giovani, lentamente andrà alla deriva rispetto ai Paesi che hanno più successo», ha spiegato Roubini. «Se avrete una crescita bassa, tra zero e uno, per svariati anni, questo avverrà perché il Paese non ha portato avanti le riforme che permettono di aumentare il potenziale di crescita», ha affermato l'economista a margine del Forum.
Contrariamente a quanto è avvenuto in Paesi come la Germania, «in Italia e nel Sud dell'Europa le riforme e le ristrutturazioni aziendali sono state modeste. I salari sono aumentati più della produttività, il cambio si è apprezzato e le esportazioni non hanno coperto a sufficienza il deficit delle partite correnti, sono state perse quote di mercato a causa di Cina e India». Quindi a meno che non si acceleri la velocità delle riforme strutturali, «ci sarà una deriva, forse non necessariamente una grave recessione, ma un malessere economico e sociale fatto di stagnazione economica, bassa occupazione, redditi che non crescono».
Il rischio maggiore per l'Italia è che se non si troverà una soluzione a tutto questo, il deficit e il debito pubblico saliranno e «ci potrebbero essere problemi significativi» anche per la tenuta del Governo. «Non è un rischio per il breve termine - ha aggiunto subito Roubini - ma il Paese «deve fare qualcosa per risolvere radicalmente i problemi di convergenza di crescita» rispetto agli altri big europei. «Avete bisogno di più competitività, di meno burocrazia, di servizi più flessibili, di investimenti nell'innovazione e nella tecnologia, di maggiore produttività. Sono cose che non si fanno da un giorno all'altro, ma bisogna iniziare a farle».
Roubini si è mostrato anche molto critico su come la zona euro si è mossa a fronte della crisi. «È stato fatto troppo poco e troppo tardi. Gli stimoli sono stati inizialmente troppo deboli perché Paesi come la Germania non li hanno voluti fare e altri come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia non se lo potevano permettere a causa dei deficit pubblici». Quindi l'Eurozona si ritrova adesso alle prese con una recessione quasi grave come quella degli Stati Uniti, mentre all'inizio era meno pronunciata.
A livello globale l'economista prevede una crescita negativa quest'anno perchè «è recessione anche quando un Paese che cresceva del 7% adesso cresce del 2%». Solo «azioni di politica molto forti» potranno riportare a una ripresa nel 2011 - attorno al +3,5% - dopo una «quasi recessione nel 2010».
venerdì, gennaio 09, 2009
Istruzione, l'Eurostat boccia l'Italia. "Quasi ultima per spesa nella Ue"
La repubblica di 8 gennaio 2009
BRUXELLES - Con una spesa per l'istruzione pari al 4,4% del Pil, l'Italia è sestultima nella Ue, prima solo di Spagna, Grecia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania. Dati rilevati da Eurostat , l'istituto statistico della commissione Europea, secondo i quali nel 2005 la spesa pubblica degli stati membri della UE per l'istruzione è pari, in totale, al 5% del pil. Il dato rilevato da Eurostat considera tutti i livelli di spesa pubblica, locali, regionali e nazionali, e comprende non soltanto le istituzioni scolastiche e universitarie ma anche le altre istituzioni che garantiscono il funzionamento del sistema educativo nazionale: ministeri e dipartimenti della pubblica istruzione, servizi, ricerca. Questi rilevamenti confermano, per alcuni versi, le polemiche seguite alle dichiarazioni del ministro Gelmini sulla spesa per l'istruzione in Italia. Nell'ottobre scorso, nel pieno delle contestazioni, il ministro dell'istruzione spiegava, dati alla mano, che il problema della scuola italiana è che si spende troppo e male. "Non è vero che in Italia si spenda poco per l'istruzione- dichiarava il ministro- anzi siamo tra i primi d'Europa". Ma stando agli ultimi dati, l'Italia, spendendo per l'istruzione il 4,4% del Pil, si situa solo al ventunesimo posto. Meno dell'Italia spendono infatti soltanto Repubblica Ceca (4,2%), Spagna (4,2%), Grecia (4%), Slovacchia (3,8%) e Romania (3,5%). Il dato più importante del rapporto Eurostat non è però la spesa in rapporto al pil, ma quanto effettivamente spende ciascun paese in rapporto al numero dei propri studenti. L'eurostat tiene conto anche di questo, e calcola la spesa educativa per allievo/studente utilizzando come unità di misura lo "standard del potere d'acquisto" (spa), che tiene conto dei diversi livelli di costo della vita. Secondo questo parametro l'Italia si situa al quattordicesimo posto, con una spesa pari a 5.908, dato molto inferiore rispetto a quello di paesi come Austria e Danimarca (8.000 Spa), Giappone (7.100 Spa), USA (10.600Spa). La media Ue è di 5650.
lunedì, dicembre 22, 2008
Cambridge accelera e supera Oxford
di Mattia Bernardo Bagnoli
La Stampa del 22 dicembre 2008
Scelta riformista o cesarismo autoritario
di Eugenio Scalfari
La Repubblica del 21 dicembre 2008