martedì, agosto 30, 2011

Il caso Penati e il PD

Il caso Penati non può esaurirsi con la sua rinuncia alla prescrizione o con la sua espulsione dal partito. In discussione deve essere il modo con cui il PD gestisce il potere. E’ diffuso, purtroppo, un rapporto “malsano” tra politica, territorio ed economia teso a sostenere l’arcipelago di gruppi di potere all’interno del partito.

Occorre una riflessione coraggiosa, un ripensamento complessivo del partito e una rigenerazione dei gruppi dirigenti, dei suoi valori e della sua cultura, coinvolgendo le numerose risorse umane presenti nella società civile, oggi escluse perché non confacenti con il sistema di potere degli attuali piccoli e grandi notabili.

venerdì, agosto 26, 2011

Steve's Seven Insights for 21st Century Capitalists

Umair Haque - Harvard Business Review

Herewith, without further ado, a minor eulogy for Steve Jobs the CEO. When you look at the global economy today, here's what might strike you: Apple is an organization almost singularly unlike the massed hordes and would-be contenders to the throne that surround it. It is the one company seemingly tuned to hit the revolutionary apex, not race past the lowest common denominator. So how did Steve — after a legendary decade in the wilderness, exiled from the island of his own creation, watching it turn grey, dull, bland, and colonized, perhaps even lobotomized — rebuild it that way?

I looked through this excellent compendium of Jobs quotes and found seven lessons for people and companies looking to succeed as 21st century capitalists.

martedì, agosto 23, 2011

Provvedimenti dell'Italia di fronte alla crisi

Di fronte a questa crisi inedita, che sta cambiando per sempre il mondo, in Italia, dove abbiamo un debito abnorme, occorre adottare provvedimenti che non siano una tantum, che rompano con gli strumenti del passato e che rimettano in moto la crescita.

Ritengo che servirebbero poche cose:
  • combattere seriamente l'evasione fiscale rendendo tracciabili e scaricabili tutti gli acquisti, in modo da rendere conveniente per tutti richiedere lo scontrino fiscale o la fattura; ridurre contemporaneamente la pressione fiscale
  • agire sulle pensioni. La vita si è allungata; si dovrebbe, quindi, prolungare l'attività lavorativa almeno a 67 anni per tutti, uomini e donne, e, per chi vuole fino a 70 anni. Non è vero che questo danneggerebbe l'ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, perché il provvedimento metterebbe a disposizione risorse ingenti che rimetterebbero in moto l'economia e creerebbero nuovi posti di lavoro
  • tassare i grandi patrimoni
  • ridurre la spesa pubblica abolendo tutte le province e i municipi. Invece, non serve abolire i piccoli comuni i cui livelli istituzionali non richiedono grosse risorse finanziarie. Invece, per questi si dovrebbe intervenire sui servizi che hanno un costo elevato, organizzandoli a un livello superiore stabilendo un coordinamento a livello territoriale per renderli più efficienti e più economici
  • ridurre i costi della politica dimezzando il numero dei parlamentari e riducendo i loro privilegi, anche per dare un segnale ai cittadini

Governo mondiale dell'economia

Di fronte a questa crisi che cambierà il mondo, le analisi, finora, mi sembrano non cogliere questa novità. Sono per lo più fatte come se niente fosse cambiato rispetto al passato. Invece la globalizzazione, dovuta principalmente alla innovazione tecnologica, cambia per sempre i paradigmi tradizionali.

Pertanto, quello che serve è un governo mondiale dell'economia per non essere succubi dei mercati finanziari. Per questo è urgente che l'Europa diventi un'entità politica forte e autorevole superando le divisioni e i miopi interessi nazionali. Quindi insieme con gli altri grandi protagonisti, Stati Uniti, Cina, dovrebbero individuare regole condivise per ridare ruolo alla politica.

mercoledì, giugno 01, 2011

E' così come scrive Michele Serra:

i cittadini di centrosinistra votano candidati credibili, indipendentemente dal partito, ma i leader di centrosinistra hanno saputo fare lo stesso salto di qualità?


L’AMACA del 01/05/2011 (Michele Serra).

Il centrosinistra non è la somma (variabile) dei partiti che lo compongono. È molto di più, qualitativamente e (soprattutto) quantitativamente. È la somma dei cittadini italiani disposti a votarlo, ai quali importa nulla se il candidato è del Pd, di Sel, dell’Idv o altro: basta che sia un candidato credibile, e che sia scelto con le primarie, e sarà il candidato di tutti.

Questa, in sintesi, è la lezione di questo fantastico voto. Ora si tratta di capire se i leader hanno fatto lo stesso salto di qualità dei loro elettori. O se qualcuno ha ancora intenzione di mestare nel fondo disseccato della vecchia politica, pasticciando con accordi di vertice, patti opachi, spartizioni di potere, furbate tattiche, sgambetti reciproci tra i dinosauri della nomenklatura. Costoro, se come Berlusconi non hanno avuto il tempo per stabilire la data del loro funerale, facciano almeno lo sforzo di stabilire la data della loro resa incondizionata alla volontà del loro stesso popolo. Mettano i loro incarichi, le loro fondazioni, le loro logore reputazioni di ex-strateghi a disposizione del movimento, evitando di disturbare chi ha vinto e scoprendo – meglio tardi che mai – il piacere dell’umiltà. Lavorino per gli altri e non per se stessi. La smettano di spiegarci che cosa dobbiamo fare. E ci chiedano: “Che cosa vi serve?”

Da Repubblica del 01/05/2011.

giovedì, maggio 26, 2011

Interessante questo studio della McKinsey

Il governo dovrebbe tenerne conto


M AY 2 0 11

Measuring the Net’s growth dividend

New McKinsey research finds that the Internet now accounts

for a significant share of global GDP and plays an increasingly

important role in economic growth.

m c k i n s e y g l o b a l i n s t i t u t e

2

The Internet is a vast mosaic of economic activity, ranging from millions

of daily online transactions and communications to smartphone downloads of TV

shows. Little is known, however, about how the Net in its entirety contributes to global

growth, productivity, and employment. New McKinsey research examined the Internet

economies of the G8 nations (Canada, France, Germany, Italy, Japan, Russia, the United

Kingdom, and the United States), as well as Brazil, China, India, South Korea, and

Sweden. It found that the Internet accounts for a significant and growing portion of

global GDP.

An extensive study by the McKinsey Global Institute (MGI)—Internet matters:

The Net’s sweeping impact on growth, jobs, and prosperity—includes these findings:

• The Internet accounts for 3.4 percent of overall GDP in the 13 nations studied. More

than half of that impact arises from private consumption, primarily online purchases

and advertising. An additional 29 percent flows from investments by private-sector

companies in servers, software, and communications equipment. The Internet

economy, now larger than that of Spain, surpasses global industry sectors such as

agriculture and energy.

• The Internet is a critical element of economic progress, pushing a significant portion

of economic growth. Both our macroeconomic approach and our statistical approach

show that in the mature countries we studied, the Internet accounted for 10 percent of

GDP over the 15-year period from 1995 to 2009, and its influence is expanding. Over

the last five years of that period, its contribution to GDP growth in these countries

doubled, to 21 percent. If we look at the 13 countries in our scope, the Internet

contributed 7 percent of growth from 1995 to 2009 and 11 percent from 2004 to

2009 (exhibit). In the global Net’s growing ecosystem of suppliers, US companies play

leading roles in key sectors. China and India rank among the fast-growing players in

the Internet’s global supply chain.

• Most of the economic value the Internet creates falls outside of the technology

sector: companies in more traditional industries capture 75 percent of the benefits.

The Internet is also a catalyst for generating jobs. Among 4,800 small and midsize

enterprises surveyed, it created 2.6 of them for each lost to technology-related

efficiencies.

internetgrowth.png


venerdì, maggio 06, 2011

E' un segnale positivo. Speriamo che non faccia la fine dei voucher della ricerca per le pmi della legge di stabilità 2011, messo in soffitta


Il Sole 24ORE

6 maggio 2011

Per il nuovo bonus ricerca una sperimentazione biennale.

Sul piatto cento milioni di dote iniziale

di Gianni Trovati

Una sperimentazione biennale per avviare il credito d'imposta a favore delle imprese che spingono sull'acceleratore della ricerca e finanziano i progetti delle università o degli altri enti pubblici del settore.

Con una dote iniziale certa di 100 milioni (recuperati con il bonus previsto dalla legge di stabilità) ed eventuali risorse aggiuntive ottenute con un taglio lineare delle spese rimodulabili (esclusi Ffo e 5 per mille). È questa la struttura definitiva del nuovo bonus ricerca delineato dal decreto sviluppo.

La sperimentazione riguarderà le attività avviate quest'anno e il prossimo, e si tradurrà in un credito d'imposta da erogare in tre rate annuali, a partire dall'avvio dei nuovi progetti. Il bonus non sarà generalizzato, ma per favorire un aumento delle attività di ricerca si aprirà solo ai soggetti che incrementano il loro sforzo negli investimenti rispetto al passato. In pratica, il confronto sarà effettuato con la media di investimenti realizzati dai candidati al bonus tra il 2008 e il 2010. Il 90% della quota che eccederà la media di quel triennio, si tradurrà nel bonus, che sarà erogato sotto forma di credito d'imposta in tre anni a partire dall'anno di debutto dei nuovi progetti. Le procedure per l'esame degli investimenti e l'accesso al bonus saranno definite con un provvedimento ad hoc del direttore dell'agenzia delle Entrate, Attilio Befera.

La nuova spinta agli investimenti supera il mini-bonus, con una dote da 100 milioni, che era stato introdotto dalla legge di stabilità (articolo 1, comma 25, della legge 220/2010), che viene quindi subito messo in soffitta. Il meccanismo introdotto ieri, invece, non cancella la deducibilità integrale degli investimenti delle imprese in progetti di ricerca, che continuano di conseguenza ad alleggerire l'imponibile fiscale secondo le vecchie regole.

I partner che permettono di accedere allo "sconto" fiscale non sono solo le università. Oltre agli atenei, statali e non statali, e gli istituti universitari legalmente riconosciuto, a far scattare il credito d'imposta possono essere anche i progetti degli enti di ricerca "ufficiali" (si tratta di quelli elencati all'articolo 6 dell'ultimo Contratto quadro per la definizione dei comparti di contrattazione, e dell'Agenzia spaziale italiana) e quelli sviluppati dagli organismi riconosciuti dall'Unione europea; l'elenco di questi ultimi è nella disciplina 2006/C323/01 (paragrafo 2.2, lettera d), che regola gli aiuti di Stato a favore di ricerca, sviluppo e innovazione.

Il credito d'imposta ottenuto per questa via andrà indicato in dichiarazione dei redditi, ma sarà ovviamente neutro ai fini fiscali; la somma non entrerà nel reddito e nell'imponibile ai fini Irap, e non impatterà sulle misure di deducibilità degli interessi passivi e delle altre spese previste dall'articolo 109, comma 5 del Testo unico delle imposte sui redditi. Il bonus potrà essere utilizzato in compensazione secondo i meccanismi abituali (articolo 17 del Dlgs 241/1997), ma non per tutte le voci: il credito, infatti, non potrà intervenire per alleggerire per esempio il versamento di contributi previdenziali, premi assicurativi contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

Nel capitolo dedicato alla ricerca trova spazio anche (articolo 9 del decreto sviluppo) un nuovo «contratto di programma per la ricerca strategica», che il ministero dell'Istruzione potrà firmare con soggetti pubblici e privati, anche associati; si tratta di uno strumento simile a quello già previsto per lo Sviluppo economico, e che nasce per favorire nuovi progetti tecnologici con un occhio di riguardo al Sud.

martedì, aprile 19, 2011

RIVALUTARE IL LAVORO MANUALE

I ragazzi italiani

Dario Di Vico

Corriere della Sera
19 aprile 2011

C'è un nesso tra la rivalutazione del lavoro manuale e l'uscita dalla crisi? Penso di sì e proprio per questo motivo la riapertura di una discussione pubblica sulla (mancata) propensione dei giovani a misurarsi con la manualità ha senso. Di trimestre in trimestre, quando affluiscono i dati sulle esportazioni italiane si ha la netta sensazione che il modello di specializzazione dell'industria italiana abbia retto alla Grande Crisi. Non è poco e l'esito era tutt'altro che scontato, il pensiero corrente sosteneva che il manifatturiero avrebbe pagato alla recessione un tributo decisamente maggiore. Invece riusciamo a reggere e, checché ne dicano le improvvisate analisi dell'Economist, i nostri distretti hanno ripreso a vendere sia sui mercati tradizionali (Europa e Usa) sia su quelli emergenti, Cina in primis.
Ce la stanno facendo un po' tutti, non solo gli straordinari vini delle Langhe, del Roero e del Monferrato ma stanno reagendo anche distretti come quello dei casalinghi di Lumezzane, per i quali era stato già intonato il de profundis. Per dirla con uno slogan le nostre piccole e medie imprese si stanno ri-specializzando, stanno innovando in corsa e per farlo contaminano la cultura manifatturiera con quella dei servizi. Questo processo di modernizzazione richiede tanto lavoro, flessibile e allo stesso tempo creativo. C'è bisogno di sarti, falegnami, maestri vetrai, progettisti, manutentori. E per ciascuna di queste specializzazioni c'è bisogno del contributo di giovani che siano «nativi digitali» e aiutino i loro padri ad allungare le reti di impresa.
Non è vero, dunque, che tutto il lavoro nell'epoca della globalizzazione sia debole, anzi. Il made in Italy richiede una fusione tra vecchie e nuove professionalità ed esalta quindi il potere negoziale del tecnico-artigiano. Chi ha girato Milano in questi giorni del Salone del Mobile non farà fatica a capire di cosa stiamo parlando. La domanda e i dubbi, caso mai, riguardano il sistema formativo. Dai territori periodicamente arrivano notizie contraddittorie: troppi istituti tecnici legati ai distretti industriali soffrono di una crisi di vocazioni e questo avviene a Gallarate per l'aeronautica come a Manzano per la lavorazione del legno. Le scuole tecniche sono alla base del miracolo tedesco e da noi invece sono lasciate a se stesse. Non è un caso che i cinesi spingano per iscriversi in queste stesse scuole perché hanno voglia e fretta di apprendere il meglio della cultura manifatturiera italiana.
Però se vogliamo davvero riorientare le scelte dei nostri ragazzi non possiamo fare della retorica a buon mercato. È giusto che il governo, e più in generale la politica, su una materia come questa parlino chiaro alla società, ma allora si devono impegnare a fondo. Non si può solo deprecare la mancata virtù dei giovani, bisogna persuadere. In primo luogo le famiglie, le stesse che perpetuano una tendenza nociva alla licealizzazione e al successivo conseguimento di lauree deboli. Non è più tempo per poter sbagliare, l'orientamento scolastico deve far parte di un'efficace azione di governo. Poi bisogna parlare ai ragazzi e spiegare loro che una scelta giusta non solo va a vantaggio dell'inserimento nel mondo del lavoro ma contribuisce a rafforzare la loro personalità. Ad evitare quella «corrosione del carattere» dovuta al precariato, magistralmente descritta già dieci anni fa da Richard Sennett.
Per spiegare tutto ciò arruoliamo pure i testimonial più trendy. È un'ottima causa.

lunedì, aprile 18, 2011

Come si può sperare in questo PD? serve cultura, servono competenze per capire i problemi e provare a individuare soluzioni! Basta con il pressapochismo!




L’effetto è quello della macchina del tempo: un attimo prima pensi di essere nel ventunesimo secolo, nel mezzo di una crisi finanziaria e del debito pubblico, poi Fausto Raciti apre bocca e all’improvviso si torna all’Ottocento, o almeno agli anni Settanta. Fausto Raciti, in teoria sarebbe giovane, classe 1984, segretario di un’entità misconosciuta, i Giovani democratici che per chi non lo sapesse sono i giovani del Partito democratico (ebbene sì, esistono). Ho avuto il piacere di ascoltarlo ieri, al Festival del giornalismo di Perugia, e sono rimasto ipnotizzato: “Questo non può essere un mio coetaneo, è impossibile che a 26 anni parli come un segretario di sezione del Pci”. Sembra uscito dal film di Nanni Moretti, “La Cosa”, il documentario sulle crisi dei miliatanti comunisti dopo la svolta della Bolognina nel 1989, quando io e Raciti eravamo all’asilo.

Si parlava di giovani, precari, lavoro. Con la pessima abitudine dei politici consumati di eludere le domande su cui non è preparato, dopo una lunga quanto inutile lista di slogan sulla scuola pubblica, Raciti ha regalato allo scarso pubblico la sua ricetta di politica economica per far uscire l’Italia dalla crisi. Che si può riassumere così: alzare le tasse, aumentando le aliquote sulle plusvalenze finanziarie (senza ridurle altrove), assumere tutti i precari della scuola (con quali soldi? Mistero, tanto Raciti sta all’opposizione), emettere eurobond, cioè debito pubblico europeo per fare più spesa pubblica contro la crisi, ferma opposizione a ogni ipotesi di contratto unico e di tutele crescenti per chi entra nel mercato del lavoro, ovviamente nel nome del sacro totem dell’articolo 18. Che riguarda meno della metà dei lavoratori italiani e quasi nessuno di quelli che cominciano a lavorare. Al democratico Raciti questo non importa, tanto che sconfessa ben tre proposte di legge fatte dal suo partito (quelle di Pietro Ichino, di Paolo Nerozzi e di Marianna Madia).

Mi trattengo, più o meno, fino a quando si apre il dibattito. Faccio notare a Raciti che impostare ogni risposta alla crisi, sempre ammesso che ci sia qualcosa di concreto sotto gli slogan, su un aumento di tasse e spesa pubblica oltre che impopolare è anche inutile, semplicemente non si può fare. Proprio nel giorno in cui la Banca d’Italia calcola che serviranno manovre da 40 miliardi all’anno per (provare a) rispettare i vincoli europei sul debito pubblico. Gli ricordo che gli eurobond sono appena stati bocciati da un Consiglio europeo, istituzione che conta più di un direttivo dei giovani democratici. Per quanto riguarda i ragazzi precari o disoccupati, sembra di capire, l’unica idea di Raciti è stare seduti ad aspettare che le cose migliorino e che all’improvviso tutti gli imprenditori assumano a tempo indeterminato, oppure che lo Stato imponga la stabilizzazione di tutti i precari per legge. Il suo commento? “Questo conferma la mia opinione che il Fatto Quotidiano è un giornale di destra”.

Mi resta un unico dubbio alla fine del dibattito (o presunto tale, perché, fosse stato per Raciti e gli altri, inclusa il ministro Giorgia Meloni che al confronto sembrava una statista di vaglia, delle domande si sarebbe fatto a meno). Non capisco perché il Giornale, Libero, il Tg1 e il Tg2 non intervistino Raciti ogni santo giorno. Se facesse a tutti lo stesso effetto che ha fatto a me, di voti al Pd ne resterebbero ben pochi. Dopo un’ora di parodia dell’eloquio dalemiano, a me è passata ogni voglia di tornare a votare Pd in futuro. Non si sa mai che il mio voto finisca per sbaglio a sostenere la carriera di Raciti. Se questi sono i giovani, ridatemi Romano Prodi, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi.

venerdì, aprile 01, 2011

Guardate questo grafico. Non è casuale

LA VOCE

ISTRUZIONE E STIPENDI DEI PARLAMENTARI

01.04.2011

Fonte: V. Galasso, M. Landi, A. Mattozzi, A. Merlo, in "Classe dirigente" (Egea, 2010)


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venerdì, marzo 25, 2011

Corsi e ricorsi della storia del nostro paese

LA STAMPA


25/3/2011 - MALAPOLITICA IERI E OGGI
L'Italia dei nuovi notabili
Massimo Gramellini
La maggioranza degli storici e dei commentatori ha celebrato i nostri 150 anni dibattendo unicamente intorno alle origini dello Stato: come se alla commemorazione del nonno i nipoti sfogliassero l’album fotografico del suo battesimo, disinteressandosi del seguito. Purtroppo figure gigantesche come Cavour e Garibaldi non hanno molto a che spartire con l’Italia del 2011. Mentre basta spostarsi all’epoca successiva, l’ultimo scorcio del Ottocento, per respirare subito un’aria più familiare. Valori smarriti, partiti ridotti a comitati d’affari, compravendita di parlamentari, corruzione, scandali, cricche, mazzette. L’Italia dei notabili, la battezzò Indro Montanelli.

Cessata la spinta ideale, la politica diventa una palude nella quale sguazzano coccodrilli di modesto spessore, ma dotati di un appetito mostruoso. I due partiti «forti» nati dal Risorgimento, la destra cavouriana e la sinistra garibaldina (e qui il parallelismo con la Dc e il Pci forgiati dalla Resistenza è abbastanza impressionante) lasciano il posto a un vuoto morale e a una casta di capibastone legati al territorio, ciascuno titolare di un proprio pacchetto di clienti e di voti. Sono questi uomini, mossi esclusivamente da interessi di piccolo cabotaggio contrabbandati per «spirito di servizio», a fare e disfare maggioranze e governi, inaugurando la pratica del trasformismo e utilizzando «la macchina del fango» per sbarazzarsi degli avversari.

Crispi viene estromesso dal collega Nicotera, che passa sotto banco a un giornale le prove della sua bigamia. Qualche anno dopo è Crispi che costringe alle dimissioni Giolitti con una serie di rivelazioni compromettenti sullo scandalo della Banca Romana. Scandalo da cui finirà triturato anche lui, quando salterà fuori che una delle sue numerose mogli ha uno scoperto milionario col medesimo istituto. E che dire del ministro degli Esteri Mancini, smanioso di invadere il Nord Africa per cercarvi «le chiavi del Mediterraneo», espressione vuota e perciò destinata a imperitura fortuna? Viene azzoppato da un gossip ottocentesco sulle sue avventure amorose, culminate nella strepitosa risposta del ministro alla moglie che lo ha sorpreso a letto con la cameriera: «Scusami, cara, al buio avevo creduto fossi tu». La cronaca rosa lascia presto il posto a quella nera e nel 1893 il marchese Notarbartolo è ucciso su un treno a coltellate per aver denunciato i maneggi di Palizzolo, deputato e compare dei «padrini», con il Banco di Sicilia: l’alba dello struscio fra «maffia» e politica.

Corsi e ricorsi, siamo tornati lì. Agli intrecci inconfessabili, ai voti comprati, alle carriere costruite sui ricatti e le raccomandazioni, alle cricche degli appalti pubblici e delle massonerie deviate, alle case regalate ai potenti a loro insaputa per ingraziarsene i favori. Una delle poche differenze fra l’Italia dei notabili e quella dei responsabili è che a quei tempi non esisteva la tv, per cui non si era costretti a vedere di continuo certe brutte facce, tastandone quotidianamente l’ignoranza, la volgarità e la precarietà della sintassi.

Come si esce da questo pantano? Allora il cambio di stagione coincise con l’irruzione nella vita pubblica delle masse popolari, cattolica e socialista, che peraltro produsse contraccolpi drammatici, sfociati nell’interventismo bellico e poi nel fascismo. Stavolta è lecito auspicarsi un passaggio più «soft». Ma sempre dal risveglio dei sudditi - cioè dalla loro trasformazione in cittadini - occorre partire. E se all’epoca dei notabili il riscatto degli italiani si realizzò con la conquista del diritto di voto, oggi passa inesorabilmente dalla sua riconquista. Infatti quel diritto inalienabile lo abbiamo svenduto da tempo, delegando a una casta senza ideali la gestione degli affari che ci riguardano e venendone giustamente ricompensati con una legge elettorale che ha tolto alle vittime persino la possibilità di scegliersi i propri carnefici.

domenica, marzo 13, 2011

Quando i partiti cercavano di capire e di costruire strategie

Enrico Berlinguer - Intervista sul futuro (l'Unità 18 dicembre 1983)

Il 18 dicembre 1983 Ferdinando Adornato raccolse per "l'Unità", quest'intervista, che prendeva spunto dalle tematiche futurologiche del libro di Orwell 1984, ma affrontava temi come la democrazia informatica e telematica, la questione ambientale ed energetica, il ruolo della politica, del movimento operaio, del socialismo nel mondo nuovo che le rivoluzioni tecnologiche prospettavano. Berlinguer, dopo lo "strappo" che segnalava l'irriformabilità e la crisi imminente del "socialismo reale", proponeva al suo partito, alla società e alla cultura questi pensieri confermandosi come il più moderno e lungimirante tra i leader politici della sua epoca.

Tu come vedi il futuro di questa terza rivoluzione industriale: come un futuro di libertà o come un futuro di autoritarismo?

Credo che l'atteggiamento più corretto di fronte alle nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come neutrali. L'esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sè, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte l'uso della microelettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici dominanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall'altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà.

In sostanza tu dici: si apre una lotta sul controllo di questa rivoluzione, Carlo Bernardini segnala però che sia Urss che Usa fanno affidamento sulla passività dei sudditi. Ora questa passività è un ostacolo nella lotta per il controllo delle nuove tecnologie...

Non limiterei l'osservazione di Bernardini soltanto alle due massime potenze. I governi di quasi tutti i paesi del mondo contano sulla passività dei loro sudditi, anche se in modi diversi e con diversi gradi di oppressione. Solo in periodi limitati, generalmente nei periodi rivoluzionari o post-rivoluzionari, o comunque in periodi nei quali si è sentita la necessità e si è saputo e voluto aprire fasi nuove nella vita dei popoli, si sono avuti governi che contavano sull'iniziativa delle masse.

Ma se tu guardi al mondo di questo 1984 che sta per aprirsi, dove metti l'accento: sulla passività o su nuovi scenari di iniziative e a creatività?

Dipende. Può cambiare il giudizio a seconda delle questioni e dei paesi di cui si discute. Però io considero il movimento per la pace come un fatto di grandissima importanza di tutte le nostre epoche e destinato ad altrettanti grandi sviluppi. E non solo perché‚ è un movimento diretto a contrastare e a sventare il pericolo supremo della guerra atomica. Ma anche perché‚ è un movimento che, nelle sue diverse espressioni internazionali, parte da una presa di coscienza che coinvolge tutti i dati della vita di questa nostra civiltà. Esso esprime la volontà di milioni di uomini di non lasciare che le questioni fondamentali della loro vita, il loro futuro siano decisi da altri: dai governi, dagli apparati, dai complessi militari-industriali. No, io non vedo solo il pericolo della passività. Piuttosto segnalerei il pericolo di nuove espressioni di fanatismo ideologico o religioso che possono, in qualche paese, prendere il sopravvento.

Ma il nazionalismo è una tradizione francese per eccellenza. Non hai sempre detto tu stesso che un governo delle sinistre non può opporsi alle tradizioni del proprio paese?

Non può e non deve opporsi alle tradizioni buone, ma deve opporsi a quelle regressive. Oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte ad una vera e propria crisi del mondo. Viviamo in un'epoca per molti aspetti suprema della storia dell'uomo sia per le possibilità che per i rischi. L'allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l'elettronica ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l'aria che respiriamo, l'atmosfera e la toposfera della Terra. Grava infine sull'umanità l'incubo di una crescente insufficienza delle risorse alimentari. Ecco perché‚ pensavo ad un convegno che mettesse insieme studi e analisi di ambiti diversi: le scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, informatiche, mediche. In sostanza, dunque, un convegno che guardasse al futuro con un po' di fantasia ma sempre sulla base delle acquisizioni e previsioni delle varie scienze. Ritengo che sia stato un errore non esserci ancora arrivati.

E perché‚ non ci si è arrivati?

Le cause sono tante ma io ne voglio sottolineare una. In questi ultimi anni ci siamo giustamente concentrati sul tema della lotta contro la guerra. E c'è ancora tanto da fare perché in Italia si estenda la consapevolezza, che nella Rft è più estesa che da noi, che la guerra è davvero possibile. D'altra parte, però, bisogna stare attenti che la paura della distruzione totale non diventi così ossessiva e stringente da impegnare tutte le energie e impedire di pensare ad altro. Questo sarebbe una vittoria degli strateghi del terrore. C'è infatti chi ha interesse a farci convivere col rischio perenne della guerra impedendoci di vedere non solo che la guerra si può sventare ma che si può, già oggi, vivere in modo diverso.

Insistiamo ancora sul tema dell'elettronica. Come deve prepararsi il partito ad affrontare questa nuova epoca?

Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. A tutti i livelli. Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini. Ma bisogna anche saper vedere i problemi che si pongono per la composizione sociale del partito. Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale. Le congiunture economiche possono, di volta in volta, accelerare o decelerare questa tendenza. Con le lotte sindacali e politiche si deve poi intervenire in questi processi, per evitare che essi assumano un carattere selvaggio e si risolvano in un danno per i lavoratori. Ma la tendenza è quella. Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch'essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch'essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani....

Si può arrivare a dire che i lavoratori intellettuali sostituiranno la classe operaia tradizionale?

E' una domanda che si spinge molto avanti nel tempo. Forse avanti di alcuni decenni. Comunque già oggi i processi industriali spingono a far sostituire da questi strati notevoli settori di classe operaia. Mi pare però che sia assolutamente da respingere l'idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica.

Ma in un mondo nel quale le informazioni, anche le più sofisticate, possono arrivare direttamente nelle case della gente, resisterà il partito di massa? Avrà ancora un senso un partito che costruisce un proprio sistema autonomo di informazione con gli iscritti? L'elettronica non spezzerà il circuito della partecipazione?

La questione esiste ed é anche più ampia di quella che tu poni. Non riguarda solo il Pci e i partiti di massa ma riguarda il destino e le possibilità stesse dell'associazione collettiva. Io francamente credo che questa esigenza sia una esigenza irrinunciabile dell'uomo e continuerà ad esistere anche se in forme diverse dal passato. La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché‚ significherebbe stravolgere l'essenza della vita democratica.... Ma già si parla di democrazia elettronica: la gente risponde da casa ai quesiti posti sul video dell'amministrazione... La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell'uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all'uso dei computer come alternativa alle assemblee elettive. Tra l'altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l'unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell'uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni. Vedi, per esempio, nella nostra i movimenti pacifisti, i movimenti ecologici, quelli che, in un modo o nell'altro, contrastano la omologazione dei gusti e il conformismo: chi avrebbe saputo immaginarli quaranta o anche venti anni fa? Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. E' qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.

Quindi tu non credi che anche partiti storici come quelli della vecchia Europa possano diventare solo dei partiti-immagine...

Possono, certo che possono. Ma intanto bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d'opinione. Il rischio è quello di diventare solo questo. Perché sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell'uomo in generale.

Tu come te la immagini una vita nella quale si passa ore ed ore a casa di fronte ad uno schermo gigante, nella quale si hanno a disposizione video-cassette che renderanno forse inutile la scuola così com'è? Come la immagini una vita incasellata di ragazze, studenti, impiegati che troveranno ogni forma di socialità già bell'e pronta dentro casa?

Intanto bisogna vedere quali sono i contenuti di queste trasmissioni ricevute a casa. Il contenuto può essere tale da spingere gli uomini in una situazione di maggiore solitudine, di maggior frustrazione, di maggiore ostilità nei confronti degli altri oppure può avvenire il contrario. Io dico che dipende molto da questo. Naturalmente se questi strumenti diventeranno espressione di una spinta che punta a rafforzare sentimenti egoistici questo sarà una cosa molto negativa.

Allora tu dici: attenzione al contenuto. Il mezzo in sé non ha poteri...

No, anche il mezzo conta. E' evidente che non andare per niente a scuola o andarci magari soltanto per un'ora cambierà la vita della gente. Ma questi aspetti sono oggi difficilmente immaginabili. Prendiamo l'esempio della scuola e del libro: naturalmente io adesso sosterrei che la lettura del libro è insostituibile e anzi deve diventare ancora più importante. E sosterrei la stessa cosa anche per la scuola, naturalmente una scuola molto rinnovata. Però, anche qui, io non mi sento di fare affermazioni assolute. E' difficile immaginare un computer che crei vera poesia o una opera d'arte e da questo punto di vista è difficile non tenere conto del grido d'allarme, che tu riferivi, di Vespignani. Tuttavia non si può escludere l'ipotesi che lo stesso mezzo televisivo possa produrre cose di altissima qualità che soddisfino anche le esigenze più raffinate e più creative.

Insomma la tecnologia non distruggerà l'individuo...

Nessuna epoca ha mai raggiunto la realizzazione dell'individuo, della maggioranza degli individui. Nel passato moltissimi individui erano distrutti non solo sul piano morale ma anche sul piano fisico. Pensa agli schiavi nell'antichità o ai negri razziati e trasportati in America. Quante erano le persone che riuscivano a diventare individui nel passato? Molte meno di oggi. Ma anche nel sistema capitalistico la morte precoce per lavoro dei fanciulli nella prima rivoluzione industriale non era una distruzione? E oggi, i bambini, gli uomini, le donne, che muoiono di fame o che restano analfabeti nel Terzo mondo non sono distrutti? Anzi in questi casi non si può neanche parlare di distruzione ma di vero e proprio impedimento della crescita e della vita dell'individuo.

All'inizio dicevi che lo scenario catastrofico del futuro non lo vedi per l'elettronica ma per la guerra. Ti faccio una domanda che avrai già ricevuto centinaia di volte. Credi davvero alla possibilità della guerra nucleare globale?

Sì, penso sia davvero possibile. Non c'è nessuna legge storica che ci possa far dire: è impossibile. Per quanto la mente si ritragga, assolutamente inorridita, di fronte alla eventualità della fine della civiltà umana, questo non è un motivo sufficiente ad arrestare la possibilità della guerra. E direi che, negli ultimi tempi, il pericolo è diventato più reale. Infatti, mentre per una certa fase il cosiddetto “equilibrio del terrore” ha funzionato come deterrente, oggi comincia a non essere più così. Il rischio si è aggravato soprattutto per la crescente incontrollabilità dei processi economici e politici mondiali. Nello stesso tempo c'è stato un nuovo salto di qualità nella sofisticazione tecnologica delle armi. Sono stati spesi fiumi d'inchiostro, da studiosi e strateghi, per descrivere queste novità: quando ci sono strumenti coi quali si può colpire l'avversario in pochi minuti questo può far nascere la tentazione di sferrare il primo attacco. Oppure può far sorgere la paura di riceverlo e quindi, per reazione, la tentazione di sferrarlo per primi. E poi c'è l'ormai verificata possibilità dell'errore che tanti scienziati hanno più volte dimostrato come reale. Errori ad esempio nei sistemi d'avvistamento: ho letto che negli Stati Uniti sono avvenuti diversi di questi errori tutti poi corretti dopo alcuni minuti. Ed è immaginabile che altrettanto sia avvenuto in Urss. Ma questi tempi, con i nuovi missili e con altre armi, possono essere ancora ridotti e può arrivare il giorno in cui l'errore non potrà più essere corretto in tempo. E i missili, una volta lanciati, non possono essere fermati. Ma c'è di più: sento che oggi si comincia a parlare di guerra nucleare limitata o di guerra nucleare vittoriosa. E' già un segnale gravissimo che si parli in questi termini, che si pensi di poter uscire vittoriosi da uno scontro nucleare. E anche che qualcuno pensi di poterne uscire incolume. Questa è una concezione molto pericolosa. Ricordo un film degli anni Sessanta: L'ultima spiaggia di Stanley Kramer. Si svolgeva in Australia. Un'Australia che era l'unica terra risparmiata dal conflitto nucleare. Poi alla fine erano tutti costretti ad ingoiare una pillola per uccidersi pur di evitare le atroci sofferenze provocate dalle radiazioni nucleari che, lentamente, si avvicinavano anche su quella ultima spiaggia, su quella ultima terra del mondo. Già negli anni Sessanta si sapeva che un conflitto nucleare non lascia tregua a nessuno. Figuriamoci se non dobbiamo aver noi, oggi, ben viva questa coscienza. Ecco che l'utopia torna ad avere poco spazio, pressata dall'angoscia della catastrofe... No, oggi noi ci battiamo per obiettivi che possiamo anche chiamare limitati, cioè bloccare la nuova spirale in atto degli armamenti. Ma diciamo che bisogna raggiungere tappe più avanzate: il congelamento, la progressiva riduzione fino al bando completo delle armi nucleari, di quelle biologiche, di quelle chimiche. Il disarmo totale può essere considerato una utopia? Io dico di no. Tecnicamente oggi è possibile controllare il disarmo, mentre nel passato non era così. Io dico che esso diventerà una necessità, non solo per sopravvivere, ma anche per risolvere i problemi dell'umanità a cominciare da quelli dello sviluppo. Certo oggi il mondo sembra andare in un'altra direzione, ma io credo che questa che è stata una tipica utopia del movimento socialista ritorna oggi di grande attualità.

Uno slogan che fa parte della cultura socialista e comunista parla del sol dell'avvenir. Da raggiungere, da conquistare, nel quale credere. In una civiltà in cui angoscia e segni di morte sembrano prevalere ha ancora senso questo slogan?

Intanto c'è un paradosso: sul sole dell'avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti: infatti uno degli orizzonti più ricchi che si può aprire per l'uomo nasce proprio dalle possibilità di una piena utilizzazione dell'energia solare. Ecco un modo scientifico di rifarsi ancora all'idea del sol dell'avvenir! Ma tolto tutto quello che di utopistico, di millenaristico che pure nel passato questo slogan esprimeva, io credo che esso non vada affossato. Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull'altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d'oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.

DI FRONTE ALLA CATASTROFE DEL GIAPPONE

di CLAUDIO MAGRIS


In queste ore si ha talvolta l'impressione di assistere alla fine del mondo in diretta; le voragini, l'acqua e il fuoco in furore che in Giappone stanno distruggendo tante vite umane e i loro luoghi ci arrivano in casa. D'improvviso, dinanzi alla natura - da noi così dominata, sfruttata, intaccata - ci si sente come i lillipuziani davanti a Gulliver; ondate sbriciolano grandi edifici come giocattoli, automobili e treni interi spariscono come fuscelli, il cielo s'incendia. Ma cos'è questa cosiddetta natura, cui spesso gli uomini si contrappongono - ora con l'arroganza del dominatore, ora con l'angosciata umiltà del colpevole guastatore - come se non facessero anch'essi parte della natura, come se non fossero anch'essi natura, al pari degli animali, delle piante o delle onde? Le catastrofi naturali inducono spesso a pensose e forse inconsciamente compiaciute geremiadi sulla punita superbia dell'uomo che pretende di dominare la natura, sulla tecnica che devasta la vita. Ogni disastro è buono per criticare ogni fiducia nella tecnica e nel progresso. L'apocalisse - immaginata, nella tradizione, ora per fuoco ora per acqua adesso confusi nella distruzione provocata dal terremoto - incute, a chi la guarda come noi in diretta ma da lontano e al sicuro o almeno pensando di essere al sicuro, un brivido di spavento. Come accade spesso con lo spavento, a questo si mescolano un'ambigua attrazione e un compunto monito sulla debolezza dell'uomo e la sua mancanza di umiltà nei confronti della natura.
Tutto ciò si intensifica dinanzi a sciagure più direttamente dovute a responsabilità umane, a differenza dal carattere più decisamente «naturale» del terremoto e dello tsunami che infuriano in Giappone e che non sembra possano esser messi in conto all'insensatezza o alla disonestà umana, come invece ad esempio nel caso degli effetti scatenati dalle deforestazioni o dall'infame edilizia che, in molti casi - non sembra questo essere il caso del Giappone ora colpito - non si preoccupa, per incompetenza o avidità truffaldina, delle misure antisismiche.