venerdì, dicembre 07, 2012

Invece di preoccuparsi della scuola pubblica che sta morendo il ministro Profumo pensa al finanziamento della scuola privata

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/12/07/maria-mantello-profumo-ministro-della-scuola-privata/



MARIA MANTELLO – Profumo, ministro della scuola privata?

mmantelloMa lo avete visto il Ministro dell’istruzione a Che tempo che fa? Ricordava l’eterno fuori posto del celebre personaggio di Carosello che ripeteva sempre: «Mi no so, mi so foresto. Par mì tuto va ben, tuto fa brodo». Tranne in un punto, difendere i finanziamenti alle private.
Lui che – preoccupato dalla montante mobilitazione della scuola statale contro il famigerato ddl Aprea (smantellerà la scuola statale appaltandola a lobby ideologico-mercatiste) e l’aumento del 33% di’orario di cattedra – il 22 novembre aveva scritto sul portale del MIUR una lettera a insegnanti e studenti per spiegare che l’Aprea non era affar suo: «tale proposta è stata formulata e discussa in piena autonomia dal Parlamento, con la partecipazione di tutte le forze politiche. Dunque non c’è alcuna diretta responsabilità del Governo». E «sulla vicenda dell’orario dei docenti» infilata a sorpresa nella legge di stabilità, aveva scritto nella stessa missiva che il governo aveva «sondato e tastato il polso», e vista la reazione negativa si era preoccupato finanche di fare un salto in Parlamento per «dare parere favorevole… all’emendamento soppressivo della proposta di innalzamento dell’orario settimanale dei docenti».
Adesso nel salotto di Fazio, che lo aveva invitato lunedì 3 dicembre a porre un qualche rimedio alle indecenti parole di Monti (la settimana prima aveva detto che i professori sono “corporativi, conservatori, sobillatori …” ), continuava a recitare il ruolo del fuori-luogo: il governo taglia, ma che può farci lui. Anzi a lui gli insegnanti stanno pure simpatici: «sono persone di grande valore, che fanno il loro lavoro con grande passione… il primo elemento è il rispetto della figura del docente… forma nuove generazioni… bisogna ricreare la stima nella figura del docente (blablabla….).
«Gli insegnati sono trattati male» gli suggerisce Fazio, e Profumo ripete «sono trattati male da troppi anni e questo probabilmente è il problema vero… »
È talmente vero il problema che subito si smarca: «Io credo che ci voglia un programma pluriennale che analizzi tutti i problemi della scuola e provi a risolverli con cadenze volute…(bla abla bla..).
L’altro ospite della serata è il professor Salvatore Settis, che pone con forza il ruolo fondamentale della scuola statale e dei suoi insegnanti: «Occorre restituire agli insegnanti il senso immediato dell’altissima dignità del lavoro che fanno. Sono persone che lavorano moltissimo… E bisogna ricordarsi di questo …Dignità che si esprime non solo nello stipendio, ma nel riconoscimento sociale». La scuola, dice, è un «organo costituzionale come affermava Calamandrei». E denuncia le politiche di disinvestimento: «L’Italia spende poco per la scuola, l’università e la ricerca. .. i paesi nel tempo della crisi aumentano gli investimenti… » cita la Francia, la Germania, gli Stati Uniti. Ma sul ministro del governo del ce-lo-chiede-l’Europa la sollecitazione scivola via. Non raccoglie e riattacca con i «programmi… da fare nel tempo… con scadenze… (blablabla….). Certo, ammette «la scuola è stanca e qualche piccolo segnale in negativo è amplificato…». Che la scuola sia stanca è fin troppo evidente, ma che gli interventi su di essa siano un “piccolo segnale in negativo” è inaccettabile riduzionismo.
Ma Settis incalza: «Esiste un orizzonte di diritti» e Costituzione alla mano gli ricorda come si chiamano: «diritto allo studio, alla salute, al lavoro…».
E aggiunge: «Oggi vogliamo rispettare la Costituzione. E vogliamo che la rispettino soprattutto coloro che giurano su di essa»; «Esiste il diritto alla scuola pubblica, art.33 che dice che le scuole private devono essere senza oneri per lo Stato, articolo quotidianamente violato anche da chi ha giurato fedeltà alla Costituzione».
Parte un calorosissimo applauso del pubblico, un fuori programma evidentemente, perché Fazio cerca di bloccarlo con un « non perdiamo tempo!».
Il ministro incamera ma tace, e Settis continua, «il diritto al lavoro, l’art. 4 è il più tradito… cosa diciamo ai giovani?». Si deve dare anche le risposte: «ma noi dobbiamo spendere per la Tav, per autostrade inutili, per danneggiare il paesaggio». Riprova a domandare «E per la scuola no?»
Profumo cerca di placarlo dandogli ragione, ma poi peggio di un’anguilla: «dobbiamo recuperare risorse.. riavviare il processo, attuare un programma pluriennale… (blablabla….). I partiti dicano il loro programma per scuola università, ricerca…». Insomma io son di passaggio, che volete da me…
Fazio però lo costringe a rispondere almeno sulla questione dei finanziamenti alle private. Non mancando di dichiarare la sua scelta di campo: «i miei figli vanno in una scuola privata!», ma per par condicio aggiunge: «ma me la pago e non chiedo niente a nessuno!».
Il ministro che non si era smosso alla sollecitazione di prima del prof. Settis: «Esiste il diritto alla scuola pubblica, art.33 che dice che le scuole private devono essere senza oneri per lo Stato, articolo quotidianamente violato anche da chi ha giurato fedeltà alla Costituzione», adesso non può eludere la risposta. È il conduttore a chiedergli di pronunciarsi su quel tradimento dell’art. 33 della Costituzione. Un tradimento che il governo della spending review ha incrementato con un’aggiunta di 223 milioni, portando così la cifra totale a ben 551 milioni.
E messo alle strette, ha quasi un leggero guizzo di soddisfazione nell’esibirsi nel tentativo abusato già dai suoi predecessori di mescolare le carte per far apparire private anche le comunali: «nella scuola paritaria – afferma – ci sono le scuole religiose, le comunali, scuole diverse… con sincerità se noi non avessimo le scuole comunali che coprono probabilmente l’80% della scuola dell’infanzia come potremmo fare?». Peccato che si dimentichi di specificare che le comunali, sono strutture territoriali dello stato italiano! Peccato che non specifichi che esse sono comunque il 18,5% del totale. Quindi la parte del leone (81,5%) è delle private che – è bene tenerlo presente – sono in stragrande maggioranza cattoliche. Allora ci si dovrebbe anche chiedere chi è avvantaggiato ideologicamente ed economicamente dal fatto che lo Stato non istituisca scuole d’infanzia, contrariamente a quanto stabilisce l’art. 33 della Costituzione che gli impone di farlo.

(7 dicembre 2012)

venerdì, agosto 10, 2012


Mio articolo su 

Il Fatto Quotidiano 

8 agosto 2012

di Gianni Orlandi*
Sono convinto che una seria
politica di spending review
che punti a ridurre
spese improduttive e sprechi
sia utile e necessaria per recuperare
risorse e dare ai cittadini
un segnale di responsabilità
del sistema. Non condivido,
però, la ra t i o del provvedimento
sull’aumento delle tasse
per i fuori corso delle nostre
università, che ritengo inutile e
iniquo. Inutile, perché spingerebbe
molti fuori corso a non
iscriversi più e, pertanto, non si
conseguirebbe alcuna delle risorse
aggiuntive che ci si aspetta,
tant’è che si è data la facoltà
agli atenei di aumentare le tasse
per tutti. Gli studenti fuori corso
non frequentano le lezioni e
i laboratori, quindi, costano
nulla o quasi all’ateneo; di contro
con le loro tasse di iscrizione
finanziano il sistema universitario
a favore degli altri studenti.
Paradossalmente, possono
essere considerati – come
affermava anni fa un vecchio
Rettore della Sapienza – “soste -
nitori” del sistema e, se non ci
fossero, si determinerebbe una
riduzione significativa di risorse
per le università. Iniquo, perché
colpisce studenti più o meno
giovani che, spesso, non sono
“fa n nu l l o n i ”, ma hanno incontrato
durante il periodo degli
studi difficoltà di vario genere,
quali, non da ultimo, la necessità
di mantenersi con un lavoro,
in genere precario.
UN’OBIEZIONE dei favorevoli
al provvedimento è che gli
studenti lavoratori non saranno
penalizzati, ma non è realistica.
Come certificare, infatti, lo stato
di lavoratore? Nel paese in cui
trionfa l’evasione fiscale, fin
troppo di frequente il lavoro è in
nero, colpendo proprio i giovani.
Del pari, l’aumento della tassazione
in funzione del reddito
familiare, rischia ancora una
volta di penalizzare chi le tasse
le paga, premiando gli evasori
nel campo dell’accesso all’istr uzione
che dovrebbe costituire
un diritto protetto da ben altre
tutele. Ma al di là di tutto ciò, si
impongono altre considerazioni
che si misurano con lo stato
attuale del paese. Nell’era drammatica
della disoccupazione
giovanile crescente, il permanere
iscritti all’università, anche
oltre gli anni di corso, rappresenta
inevitabilmente una sorta
di ammortizzatore psicologico
per tanti giovani, loro sì “sfiga -
ti”, ai quali il mercato del lavoro
non ha niente da offrire. Ed è un
modo per molti di mantenere
un cordone ombelicale, anche
se tenue, con il sogno di raggiungere
un domani l’a gognata
laurea. Né è politica intelligente
scoraggiare queste aspettative,
se si considera che in Italia il numero
dei laureati, nonostante la
riforma del 3 più 2, rimane
drammaticamente basso.
PIÙ IN GENERALE, il provvedimento,
pur se riferito a un
aspetto specifico, tradisce una
visione limitata e limitante che
non colloca la crescita della conoscenza,
concepita sia come
conoscenza degli individui che
della società nel suo complesso,
nel rango di massima priorità
per un serio sviluppo economico
e sociale e per una seria politica
di competitività nel mondo
globale. Secondo quest’ulti -
mo approccio ogni aspirazione
ad accrescere il bagaglio di conoscenze
e di competenze, sia
da parte di giovani, che di individui
più maturi e persino anziani,
va protetto e forse, anche assistito.
Si alimenta così il paese
dei talenti e della creatività.
Guai a considerare queste caratteristiche
tratto genetico degli
italiani, dato per scontato, come
molti commentatori improvvidamente
ripetono. Insomma
è opportuno e urgente
cambiare la legge. Ci sono altri
modi per ridurre gli sprechi nell’università.
Si abbia il coraggio,
per esempio, di chiudere le decine
di sedi periferiche, spesso
inutili e ridondanti, volute dai
notabili locali solo per fini elettorali.
Si risparmierebbero i costi
di gestione, a partire da quelli
per gli affitti delle sedi, e si guadagnerebbe
in qualità. Il risparmio
di risorse potrebbe essere
destinato a sostenere un vero diritto
a studiare per molti giovani
meritevoli. Ma, questo, forse,
non si farà mai per non disturbare
gli interessi di piccole o
grandi caste locali. È più semplice
colpire la massa anonima dei
fuori corso che non interessa a
nessuno. Sinceramente, mi sarei
aspettato di meglio da un governo
di “professor i” che hanno,
o avrebbero dovuto avere,
una ben maggiore sensibilità
per i temi della formazione e
della conoscenza, o almeno una
maggiore consapevolezza del
valore sociale della crescita culturale
degli individui.
*Direttore del Dipartimento di
Ingegneria dell'Informazione,
Elettronica e Telecomunicazioni
all’Università di Roma “La
Sapienza”
L’aumento delle
tasse universitarie
per chi tarda a
laurearsi è ingiusto:
spesso si tratta
di ragazzi che loro
malgrado lavorano
in nero e non ha
alcun senso far
pagare gli sprechi
pubblici a chi studia

giovedì, marzo 08, 2012



"Pagine corsare"
La poesiaIl Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini
.
È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l'essere odiati fa odiare).
Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all'altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
[...]
Pier Paolo Pasolini


lunedì, febbraio 13, 2012


Università: se per i laureati «3+2» fa 6,5



13 febbraio 2012


Il Sole 24ORE


Ma quanto fa 3 + 2 ? Il dibattito scaturito dall'affermazione colorita del viceministro Martone («Laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati») ha assunto i toni classici del confronto para-ideologico evitando accuratamente il "principio di realtà". Il problema della durata degli studi interseca direttamente quello della occupazione giovanile che è oggi un problema anche dell'Università.
L'attività di "placement" si è infatti andata ad aggiungere alle mansioni storiche dell'Università, la formazione e la ricerca, e a quella più recente del "fund raising" indispensabile per sostenerla. Se così è, allora qualche domanda in più sui temi (scomodi) delle scelte degli studenti e della durata degli studi dovremo pure cominciare a porcela.
Lasciamo da parte, per ora, la domanda più difficile: quella del "cosa studiare?". Difficile perché la risposta è nell'ambito delle scelte individuali, delle attitudini, e delle speranze (ma una società colta e organizzata qualche indirizzo dovrebbe fornirlo...) e perché, oggettivamente, viviamo un'epoca di cambiamenti esponenziali che rendono difficile sapere quale formazione specifica servirà tra cinque anni, in che lingua, e per essere esercitata dove. Un problema enorme che dovrebbe portarci a riflettere sui contenuti della formazione, e sulla "durata" delle conoscenze che impartiamo.

Scale of the universe

domenica, gennaio 29, 2012


PERCHÉ CANCELLARE IL VALORE LEGALE DELLA LAUREA

di Pietro Manzini 27.01.2012
Il valore legale del titolo di studio fa sì che ogni laurea conferita da una qualsiasi delle ottanta università italiane abbia lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici. Così gli atenei hanno scarsi incentivi a scegliere docenti preparati; i laureati bravi sono intercettati dal settore privato; le risorse delle famiglie premiano i servizi formativi scadenti. Problemi che si potrebbero superare se l'amministrazione pubblica valutasse le lauree sulla base di un ranking delle università di provenienza dei candidati. Come vorrebbe una proposta in discussione nel governo.
Nel governo Monti si sta discutendo una riforma dell’università che potrebbe avere effetti assai più rilevanti di tutte quelle succedutesi negli ultimi venti anni. Quattro sarebbero le questioni in discussione:
- eliminazione del vincolo del tipo di studio per l’accesso ai concorsi pubblici
- eliminazione del valore del voto di laurea nei concorsi pubblici
- valutazione differenziata della laurea a seconda della qualità della facoltà/università di provenienza
- eliminazione o riduzione del peso della laurea nei concorsi pubblici

LE PROPOSTE

La prima proposta è positiva perché ammettere ai concorsi per la dirigenza pubblica lauree in storia, o arte o lettere, eccetera, accanto alle tradizionali di giurisprudenza, scienze politiche o economia consente di immettere saperi utili e diversificati che arricchirebbero il sistema pubblico. La riforma però non potrebbe coinvolgere l’accesso a professioni per le quali uno specifico sapere tecnico è imprescindibile, come ad esempio quelle di ingegnere, medico o avvocato, che richiedono lauree non fungibili con altre.
La seconda, diretta ad eliminare il valore del voto di laurea nei concorsi pubblici, non convince interamente. Per un verso, curerebbe il vizio di alcuni atenei o facoltà di valutare generosamente i propri studenti, “regalando” voti alti e lodi non corrispondenti alla effettiva preparazione. Tuttavia, l’eliminazione del valore del voto rischia di disincentivare gli studenti a migliorare la loro preparazione: se non c’è differenza tra 90/110 e 110/110 perché sforzarsi di raggiungere l’eccellenza? E cancella un dato, forse non sempre preciso, ma utile per il possibile datore di lavoro: una laurea presa con 90/110 e una con 110/110 segnalano una differenza netta di preparazione degli studenti interessati, in qualunque università.
La terza proposta, che consiste nel “pesare” in maniera diversa le lauree a seconda dell’università/facoltà di provenienza, è quella che promette i mutamenti più radicali e positivi.   

giovedì, gennaio 19, 2012



Sono completamente d'accordo con il post di Alfonso Fuggetta. Sono cose che sostengo da tempo

Parlare a banda larga

 

Più passa il tempo, più mi sembra che gli articoli, i dibattiti, le posizioni sul tema banda larga diventino una sorta di commedia e di balletto dove alla fine si recita con lo scopo di recitare. Adesso si dice che la fibra non serve più perché tanto arriva altro. Mi pare una specie di tela di Penelope o di labirinto dove periodicamente si tesse la tela e poi la si disfa e poi si devia e poi si ritorna.
In poche parole non si conclude niente.
Forse sarebbe il caso di finirla con questo giochino e “carve in stone” alcune cose semplici:
  • La banda larga serve per lo sviluppo del paese e per uscire dalla crisi, non come lusso da permetterci quando staremo bene. Già sarebbe un risultato se questa affermazione fosse fatta propria e sostenuta con convinzione “colà dove si puote”, cosa che ancora non accade o accade in modo poco convincente o puramente a scopo retorico.
  • Le reti, specialmente quelle fisse, sono in larga misura monopoli naturali. Quindi non si può pensare che il mercato si sviluppi con competizione infrastrutturale. Servono pertanto regole per l’accesso non discriminatorio ed aperto a questi monopoli.
  • Se i telco non ce la fanno, lo stato e il pubblico devono intervenire. È inutile che continuiamo a girare intorno a questo tema.
  • Se continuiamo ad aspettare la prossima tecnologia che verrà, non faremo mai niente. Ci sono tante ricerche in corso, ma se aspettiamo i risultati della prossima ricerca ci terremo le reti che abbiamo.
  • L’esplosione del mobile non può sostituire la rete fissa, sia perché la rete fissa “alimenta” e sostiene la mobile, sia perché la fascia professionale e imprenditoriale ha bisogno della fissa.
  • Non possiamo continuare a dire che il problema è una domanda debole: se non ci sono le reti e i servizi da comprare, c’è poca domanda da sostenere. Quando si va in giro per i distretti industriali ti dicono che vorrebbero la banda larga e che non c’è: che domanda dovremmo promuovere in questi casi?
  • Al di là di tutte le chiacchiere sulle “reti del futuro”, almeno portiamo in tempi rapidi, subito, una ADSL decente laddove oggi non c’è nulla. Ci sono aziende e territori che non riescono a connettersi oggi, adesso.
Possiamo fare qualcosa, oggi, subito per dare risposte a questi bisogni o continuiamo a parlare a bocca larga (o banda larga se mi permettete la battutina banale)?

domenica, dicembre 04, 2011

Questa volta sono d'accordo con Alesina e Giavazzi

TROPPE TASSE E POCHI TAGLI

Caro presidente no, così non va

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

4 dicembre 2011 | 10:55

Caro presidente, Lei conosce perfettamente l'importanza storica per il nostro Paese e per l'Europa (oseremmo dire per il mondo intero) delle decisioni che il suo governo oggi assumerà. Dobbiamo confessarle, con tutto il rispetto per il compito difficilissimo che Lei sta svolgendo, che le indiscrezioni che leggiamo sui giornali ci preoccupano e speriamo davvero che Lei e il Suo governo le smentiscano con i fatti.

Quattro erano i punti che a noi parevano essenziali. Primo, per quanto riguarda i conti, ridurre le spese, più che aumentare le tasse. Secondo, preoccuparsi non tanto del saldo della manovra, ma della sua qualità, soprattutto guardando agli effetti sulla crescita. Terzo, dal punto di vista del metodo e del significato politico (anche questo importante) abbandonare la concertazione, perché comunque a quel tavolo non hanno accesso i giovani e chiunque non ha rappresentanza. Infine attaccare senza esitazioni i costi della politica e chiudere i mille canali che consentono di evadere le tasse. Insomma, dare un segnale netto.

Leggiamo invece che dopo i passi iniziali, che sembravano assai incoraggianti, la manovra si sta delineando secondo le solite modalità: aumenti di imposte, pochissimi tagli, incontri con le cosiddette parti sociali (cioè concertazione), nessuna riduzione dei costi della politica.

Punto primo. Tutti gli studi (sia accademici che del Fondo monetario internazionale che della Commissione europea) concordano sul fatto che gli aggiustamenti fiscali fatti aumentando le aliquote hanno creato recessioni più forti di quelli che hanno operato riducendo le spese. Non solo: la spirale di aumenti di aliquote, recessione, riduzione di gettito, tende a creare un circolo vizioso in cui l'economia si avvita in una recessione sempre più grave. Quella di cui leggiamo è una manovra fatta per tre quarti di maggiori tasse e solo per un quarto di minori spese.

Il peso delle imposte in Italia è sopra la media europea (già elevata). Se poi vogliamo considerare l'equità, gli aumenti delle aliquote Irpef colpirebbero anche le classi medie e si sommerebbero alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Non sono solo i super ricchi quelli colpiti dagli aumenti dell'Irpef che, a quanto leggiamo, Lei proporrebbe. 75mila euro lordi l'anno (la soglia oltre la quale inizierebbe l'aumento dell'aliquota) corrispondono a poco più di 3.800 euro netti al mese. Per ridurre il deficit, invece di alzare le aliquote, perché non tagliare un po' di sussidi alle imprese? La Tabella A1 della Relazione trimestrale di cassa al 30.6.2010 riporta 15,5 miliardi di trasferimenti a imprese pubbliche e private, cioè oltre 30 miliardi di euro l'anno. Sono tutti davvero necessari? Quanti premiano imprenditori più abili a muoversi nei corridoi dei ministeri che ad innovare?

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mercoledì, novembre 23, 2011

LA VOCE

IL FALSO MITO DEL NUMERO FISSO DI POSTI DI LAVORO

22.11.2011
.
Il grafico mostra sull’asse orizzontale la percentuale di uomini tra 55 e 64 anni che lavorano e, sull’asse verticale, la percentuale di uomini fra i 20 e i 29 anni disoccupati.
Molti credono che ci sia un numero fisso di posti di lavoro e che, dunque, forzando i lavoratori più anziani ad andare in pensione, si creino opportunità di lavoro per i giovani. Questa tesi ha fornito il sostegno a chi si è opposto all’innalzamento dell’età di pensionamento in linea con l’allungamento della speranza di vita. Il grafico ci dice invece che nei paesi in cui il tasso di disoccupazione dei giovani (20-29 anni) è più basso, ci sono anche più persone tra i 55 e i 64 anni che lavorano. Viceversa nei paesi in cui meno lavoratori anziani hanno un impiego ci sono anche più disoccupati giovani.
Grafico a cura di Isabella Rota Baldini

martedì, novembre 15, 2011


Finally, a Proper Study to Scientifically Show Telecommuting is More Productive

There've been studies into the benefits of telecommuting before, but they were usually lacking in certain areas, which resulted in the findings being less than scientific (and thus not super trustworthy). This time a Stanford University study used a Chinese travel agency with over 12,000 employees as its base, and concluded that working remotely actually does noticeably increase performance.
508 out of 996 employees registered for the study, and were then further divided into two groups: One that worked from home after being confirmed to have an adequate remote working environment, and one that had to continue commuting to work. Tracking then began on both groups, and after just a few weeks, the home group took more calls, logged more hours and were overall just more productive than the other group. They were even happier and quit less often.
After seeing these results, the travel agency expanded the policy to get more people to work from home. However, some employees opted out because they, as Slate pointed out, valued the time they spent socializing with workers. (I can relate with both groups, after also working from home for years and years.)
To me, the study's results might be skewed a little high toward the benefits of working remotely, seeing as those people who registered for this study were self-selected, meaning that they probably had a natural preference for working from home. But then again, I'm not sure this actually matters. It's unlikely that people who don't like working from home would be forced to do so, and if you do like it, you'll do better anyway (as this study shows). So the takeaway from this experiment—for use in convincing your employers to let you work from home—is that it's scientifically proven that certain people are more productive working outside of an office.

mercoledì, novembre 02, 2011


Un grafico interattivo: è molto interessante per capire meglio la crisi europea


It’s All Connected: An Overview of the Euro Crisis

DATA POINTS | BILL MARSH
European leaders are meeting this week to deal with growing debt problems rattling investors worldwide. Here is a visual guide to the crisis.

venerdì, ottobre 21, 2011

Highly Valued Website for Handmade Goods Goes Abroad


Etsy.com, an online crafts marketplace, believes there is more money to be made in handmade goods.
The company, which launched six years ago, has more than 11 million registered users in 150 countries and more than 10 million listed items for sale. It sold more than 2.3 million items in September, including handmade and vintage goods as well as crafts.
It costs nothing for sellers to sign up, and they pay 20 cents to list an item for four months. Etsy then gets a 3.5% commission on each sale. Prices range from 20 cents for a glass bead to $100,000 for a sculpture.
Chief Executive Chad Dickerson, who took over from former CEO and Etsy founder Robert Kalin in July, has been trying to expand the company's international reach. Etsy put its first stake in the ground in Europe last month, launching its Berlin-based, German-language website.
At the closely held company's headquarters in the New York borough of Brooklyn, the 39-year-old Mr. Dickerson, a former Yahoo Inc. senior products director, discussed plans to expand the company, and whether its nearly $300 million valuation is justified. Excerpts:
WSJ: A new CEO is often brought in to accomplish a specific task or set of goals. Why did the board choose you?
Mr. Dickerson: My task is really to scale Etsy to be a much more powerful force in the world. That means making Etsy a global brand: moving into other countries as we have been doing, and other languages. Bringing Etsy to other platforms. We're investing a lot with mobile [Etsy on mobile devices like smartphones] right now.
WSJ: Since you took over as CEO, how have you responded to problems like a clunky search engine and it being too time-consuming to merchandize goods?
Mr. Dickerson: We changed our search algorithm in a really fundamental way, from sort by most recently listed to relevancy. That's helping buyers find things more easily. We launched something we're calling Search Ads. It has given sellers a way to promote their items on the site [by buying key words to appear in search results]. We launched some merchandising hubs around three themes: fashion, kids and home [with curated content and category-based searches].
WSJ: Etsy was most recently valued at about $300 million [in its latest round of funding, led by Index Ventures in August 2010], nearly 10 times last years' sales. Do you think Etsy is overvalued?
Mr. Dickerson: Of course not. What we're doing here is building a long-term global business. To some degree in the same way that employees of a public company shouldn't be worried about the stock price every day, as a private company we're the same way. And while it's important that Etsy has a healthy valuation for a variety of reasons, it's not something that we really think about, we're more focused on building.
WSJ: Etsy Labs are physical workspaces in Brooklyn and—most recently—Berlin where the public can gather, educate and create. Why start one in Berlin?
Mr. Dickerson: Our general approach is to build the community [lab] first before building the website. We had people in Germany [working in these labs] for almost a year and a half before launching the Etsy website in German. There was already an endemic community around craft fairs. We're just repeating that in other places.
WSJ: Are there other places you're thinking of building a community?
Mr. Dickerson: We're going to focus on Western Europe. A lot of what we're doing right now—since we just launched [in Berlin] a few weeks ago—is learning from this experience. We have [communities of sellers and buyers in] Singapore, in Tokyo, to some degree we have a foothold everywhere in the world. My goal is by the end of next year to deliver Etsy in the languages of the countries where Etsy has the most promising communities.
WSJ: Some fear the company's growth could be hampered by Etsy's rule that sellers can only sell something they make themselves. Will that continue in the future?
Mr. Dickerson: Etsy is known and has been known as a handmade marketplace. That's really an anchor but not the whole story. Etsy has a large business selling vintage items and also supplies. Those businesses have been with Etsy since the very beginning.
WSJ: Etsy raised $20 million in a Series E round last August. What's next?
Mr. Dickerson: The business is doing well, we actually don't need to raise money, we don't need to be acquired, we don't want to be acquired and don't have plans to go public right now. We have a lot of room to grow and we're just not ready for any of those things.

sabato, ottobre 15, 2011


Why No One Company Will Ever Monopolize the Internet



Jonathan Rick is a social media strategist in Arlington, VA. You can follow him on Twitter @jrick and read his blog atJonathanRick.com.

The pace and power of web-fueled innovation is stunning. One day we’re swearing by Outlook, the next, we can’t live without Gmail. These changes exemplify the beauty of the Internet — the possibility that greener pastures are but a click away.
On the other hand, the list of tech innovations that could have been is quite long. Before we get into those, a few caveats:
  • Some of the companies below may not have missed the boat so much as skipped the ride. Oftentimes, these businesses simply chose to perfect their core businesses instead of tacking on new features.
  • None of these companies has been “MySpaced.” To the contrary, each remains well-regarded and innovative in its own right.
So, how did tech companies miss the boat?

1. Google Docs missed the SlideShare boat. Sure, Google Docs can display PDFs and PPTs, but documents are slow to load, maximized by default, and can’t easily be shared or embedded. By contrast, SlideShare is known as “YouTube for documents” because it’s fast, user-friendly and social.
2. Google Docs missed the Dropbox boat. The search giant passed on adding synchronization to Google Docs (or GDrive). Meanwhile, Dropbox pioneered this feature, for which it’s now the gold standard. And, in an ironic twist, during a five-day, company-wide hackathon, Dropbox developed the ability to sync its accounts with Google Docs. (Although Google may soon unleash a Dropbox killer.)
3. Microsoft Office missed the Google Docs boat. Only after companiesgovernments and non-profits had “gone Google” did Redmond release a cloud-based, collaborative version of its cash cow, Office (along with a few videos that contrast Office with Docs).
4. iTunes missed the Spotify boat. Apple cornered the digital music market years ago, but besides the all-important $0.99 per song price tag, Cupertino never really innovated with iTunes. Specifically, the software’s lack of social and streaming services created massive opportunities that Spotify — and PandoraAmazon,Google, and Facebook — pounced on. Apple now is playing catch-up with Ping (pathetic) and iCloud (promising).
5. Mapquest missed the Google Maps boat. When I was in college, “Mapquest” was so popular that we used it as a verb. Today, it seems the only people who use this site are those who still have an AOL email address. The reason: thanks to relentless innovation (mash-ups, Street View, GPS-enabled mobile apps), Google Maps has presented itself everywhere you want to travel.
6. Google Latitude missed the Foursquare boat. Ironically, the founder of Foursquare was a former Googler who left because Mountain View wouldn’t allocate enough resources to his team, “leaving us to watch as other startups got to innovate in the mobile + social space.” Google still hasn’t made it with Latitude, whereas Foursquare’s points system, partnership with American Express, and merchant features have generated growth of a million users per month. (Perhaps this is why Google may want to buy Foursquare instead of compete with it.)
7. Facebook missed the LinkedIn boat. When I learned of LinkedIn, I thought, can’t you already do this with Facebook? Well, yes, but not without some hassle. Reed Hoffman, LinkedIn’s founder, recognized that, while we want to be hip in our personal lives, we strive to be practical and maybe even a little boring in our careers. This is why we use one email address for pleasure and one for business, and why we use Facebook to socialize with friends and LinkedIn to network with colleagues. Recognizing this, Facebook continues to hype its business pages, while such professional credibility comes naturally to LinkedIn.
8. Facebook missed the Twitter boat. When I learned of Twitter, I thought, can’t you already do this with Facebook? Indeed, at its core, Twitter is merely the Facebook status update. Yet Facebook lacked Twitter’s simplicity and pith, a void that ascetic Twitter founder, Jack Dorsey, was keen to fill. Apparently, 100 million people agree.
9. Blogger and WordPress missed the Tumblr boat. Finally, when I learned of Tumblr, I thought, can’t you already do this with Blogger or WordPress? Just write shorter. Again, you could, but not with Tumblr’s base-bones simplicity, dynamic community and effective reblogging feature. Microblogging, it turns out, is different from blogging. (No doubt, this is why Blogger just announced Dynamic Views.)
10. Yelp missed the Foodspotting boat. Even though Yelp remains the top social network for restaurant reviews, it overlooked an essential facet of the dining experience: pictures. Foodspotting seized this opening, made it mobile, and now is expanding its focus beyond foodies.

So why do these examples matter?
The beauty of the web is that it dramatically lowers the traditional barriers to entry, so an entrepreneur can penetrate an already saturated market. For instance, despite heavy competition from the likes of LinkedIn, Yahoo, Facebook, Google-owned Aardvark, and Answers.com, Quora plunged into the Q&A fray. In short order, it carved out and capitalized on a niche.
Examine the above list and you arrive at an under-appreciated conclusion: Internet innovation is so fierce and constant that it undermines the notion of zero-sum market share. Instead of vying for a piece of the same fixed and static pie, webtrepreneurs bake whole new pies. Not for nothing does Jeff Bezos insist that the Kindle comprises a “different product category” than the iPad. Just because a company maintains a seeming monopoly on a market doesn’t mean the market is devoid of opportunities. When there’s an innovator, there’s a way. With the web, Goliath is always vulnerable.
Sure, tech giants are somewhat limited. Just reference the lawsuit from the Justice Department, theinvestigation from the Federal Trade Commission or the hearing from Congress.
Internet innovation comes in tidal waves, big and bold. By contrast, when’s the last time your microwave got a radical upgrade? Or your shower head? And how’s that electric car coming along?
In the end, the web’s rising tides lift the only ship that matters: the user’s.
Image courtesy of iStockphotoaluxum